sabato 2 maggio 2009

LA TRANCE DI POSSESSIONE

L’ambito dei rapporti uomo-spiriti è un’area molto frequentata e da tempo lo spiritismo e la trance di possessione sono modi per entrare in contatto con l’«altro». Nell’ottica etnocentrica dei primi studiosi e dei missionari i culti di possessione sono stati visti come espressioni di superstizione, esempi di ingenuità e di limitatezza, oppure come testimonianze dei poteri miracolosi della psiche umana, in grado di attingere una non meglio precisata «sfera sovrumana». La ricerca su campo ha poi consentito di focalizzare l’attenzione sui dati concreti, così il discorso si è spostato dal campo della cosiddetta «mentalità primitiva» a quello del contesto culturale e storico, analizzabili con l’indagine scientifica. La trance di possessione è una testimonianza della validità delle credenze negli spiriti, mentre sul piano rituale può strutturarsi come culto, rappresenta una forma di comunicazione tra il mondo reale dell’uomo con quello speculare degli spiriti. Tali credenze sono correlate alla povertà delle conoscenze e all’impossibilità per l’uomo «primitivo» di fronteggiare le difficoltà della vita; quindi, all’esigenza d’instaurare un rapporto con le entità superiori al fine di manipolarne forza e volontà con rituali appropriati e procedimenti simbolici. Una seconda corrente interpretativa considera le credenze negli spiriti come un modo pre/scientifico per dare senso all’esistenza stessa dell’uomo. Il mondo degli spiriti è variegato e molteplice, composto di categorie diverse non solo per aspetto, funzioni, ma anche per «natura». Alcuni sono malevoli, altri fondamentalmente benevoli ma pronti a colpire, se trascurati o offesi. Quindi, il comportamento corretto nei loro confronti può essere esorcistico, espellendoli per non avere assolutamente rapporti con loro, oppure adorcistico, stabilendo un’alleanza permanente. Tutto ciò avviene mediante l’opera di medium, guaritori , «maestri» della conoscenza. La trance di possessione può essere la base e il fulcro di un culto a predominante carattere terapeutico, sulla clientela che è specificamente femminile. Forse la trance di possessione potrebbe essere considerata come un elemento indicatore della rigidità sociale, almeno nel senso che la sua assenza indica una struttura flessibile della società. È più significativo considerare la trance di possessione un mezzo, per costringere il sistema ad allentare il suo controllo sull’individuo; scaricando le responsabilità sugli spiriti, il singolo riesce a modificare la sua posizione rispetto al gruppo. La trance di possessione è certamente uno strumento di cambiamento, usato dalle persone che più soffrono di non potere modificare la loro vita nelle condizioni normali, essendo membri di società dove il controllo sociale è rigido.

Possessione

La malattia è concepita come un «attacco» esterno, di cui la persona è vittima, e tale è la premessa ideologica dell’esperienza della possessione, attribuita agli spiriti ancestrali già noti (tuur) o ignoti (rab). In particolare i disturbi della sessualità (impotenza) e della maternità (sterilità, aborti, gravidanze isteriche), le morti precoci dei figli, specie se ripetuti, i conflitti nell’ambito della vita matrimoniale e familiare (divorzi, litigi coniugali, rivalità e gelosie), come anche diversi disturbi di natura psicosomatica, allucinazioni, apatia, inappetenza o vomito, sono tutti interpretati come rab o tuur. La malattia, dunque, si manifesta come impedimento, blocco delle funzioni biologiche e riproduttive, mentre il corpo, sottratto ai suoi ritmi naturali, diventa il ricettacolo dello spirito ancestrale. La sua presenza è rivelata dai sogni e dalle visioni della persona malata mediante le tecniche divinatorie. Quando un disturbo non scompare, nonostante le cure della farmacologia tradizionale a tutti nota, allora esso indica una «presenza» estranea. Allora il primo atto della terapia consiste nell’identificazione, cioè nella nomina, del rab in questione e dal suo trasferimento dal corpo della vittima da lui «attaccata» all’altare, che verrà piantato nel cortile della casa della paziente o della guaritrice. La possessione e la trance di possessione sono elementi che si verificano nell’ambito del rituale ndöp, il più solenne e spettacolare dei tre riti (samp, tuur, ndöp) dedicati al culto degli antenati. Il rito ndöp, che può essere di tre o sette giorni, viene celebrato per la malata nel cortile della concessione in cui vive, dove sono piantati gli altari dei suoi tuur, e dove affluiscono parenti, vicini, amici. Prevede una fase preparatoria con l’installazione nella casa della paziente della ndöpkat, dell’assistente, dei suonatori di tamburi, a cui segue la sera stessa l’apertura ufficiale del rito, scandita dalle invocazione agli spiriti ancestrali. Il giorno seguente inizia con una fase «segreta» che vede di fronte guaritrice e malata: la prima focalizza tutte le sue attenzioni sul corpo di costei con bagni, carezze, massaggi. In questa atmosfera di tenerezza la malata pronuncia il nome del rab che l’ha «attaccata»: in questa scena esoterica si ritiene che il vero protagonista sia il rab, che sia lui a presentarsi, pronunciando il proprio nome per bocca della vittima. Il rito inizia con la «discesa» ufficiale dello spirito e termina con la fondazione dell’altare a lui dedicato. Il primo atto di questo processo è il trasferimento dello spirito dal corpo della malata a quello dell’animale sacrificale (montone o bue): la donna, distesa sulla vittima coricata a terra, stringendosi a lei con tutte le sue forze, la tiene per le corna, mentre la ndöpkat la ricopre con dei tessuti tradizionali (pagne). Intorno il gruppo danza, intonando il canto in onore della malata; la donna inizia a muoversi contro il corpo dell’animale, poi, liberata dai pagne, si solleva muovendo le braccia fino ad alzarsi e a danzare. Ella appare come rinata, il suo fisico ha riacquistato forza e agilità. La sua simbolica morte e rinascita dev’essere, tuttavia, perfezionata col sacrificio dell’animale: seduta in groppa alla vittima, è bagnata del suo sangue e ne beve un poco. Più tardi polsi, caviglie e vita le sono avvolti con le viscere dell’animale, mentre sul capo, a mò di cappuccio, le viene posta una parte dello stomaco rovesciato. La fondazione dell’altare segna la definitiva trasformazione dello spirito ancestrale persecutore in essere tutelare e benevolo, custodito nel cortile della casa familiare e oggetto di offerte settimanali. Ai piedi dell’altare è ora posta una parte della carne della vittima, mentre il resto è consumato dai presenti al termine delle danze che concludono il rito. La donna dall’inerzia è passata al movimento, dall’inappetenza alla consumazione del pasto rituale, dall’assenza sociale alla collaborazione nella fondazione dell’altare. Con il rito c’è il passaggio iniziatico dello status di malata a quello di adepta, la possibilità da adepta a terapeuta. Partecipando per sette giorni alle danze e alle stance di possessione,l’adepta ne apprende le regole. La «scuola» presso una ndöpkat può dotarla di quel patrimonio di conoscenze (farmacologia, tecniche del corpo, procedure rituali) che le faranno acquisire il nuovo ruolo di ndöpkat, cioè di guaritrice.

Riti di afflizione

I culti terapeutici focalizzati sulla trance di possessione sono strutturati su un modello che contempla la presenza di alcuni elementi. Prioritaria è la credenza in spiriti di rivelare la propria identità, nel corpo degli uomini, o mediante un disturbo facendo cadere in trance una persona. L’identificazione segna il punto iniziale del processo ed è operata da uno specialista (indovino, guaritore) con tecniche diverse: l’anamnesi personale e familiare della persona «attaccata» fornisce utili indicazioni per la comprensione del «caso». L’identificazione è finalizzata all’epifania dello spirito, che avviene durante la trance di possessione quando egli «cavalca». A sua volta, la persona posseduta è «attaccata», «cavalcata», vittima di un attacco esterno, oggetto di conquista.
Il rapporto di dominazione/subordinazione trasforma la comparsa dolorosa dello spirito in evento atteso in un contesto rituale. La stipulazione del nuovo rapporto di alleanza è sancita dal sacrificio. L’immolazione della vittima è l’atto fondante del culto, perché il sangue dell’animale sacrificale non è solo simbolo del sangue del sacrificante ma anche del «sacrificio» dello stesso spirito. Questo «sacrificio» non si configura come cacciata o annullamento della presenza «altra» ma come spostamento simbolico dal corpo della vittima in un altare o ricettacolo. L’istituzionalizzazione del rapporto uomo/spirito, come rende lo spirito oggetto di culto, trasforma il malato o posseduto in adepto, membro di un’associazione culturale. Talvolta l’adepto funge da assistente del guaritore o maestro del culto, funzione che può aprirgli la strada all’attività terapeutica. Il culto può essere eseguito ogni volta che sia considerato necessario per qualcuno. La finalità è di venire a patti con l’agente della malattia, per ristabilire l’ordine con una serie di atti e scambi simbolici. I rituali terapeutici finora considerati sono caratterizzati dalla trance identificatoria o trance di possessione. Col termine «crisi» si intende indicare il passaggio dallo stato normale a quello di trance, quando la fase conclusiva della trance, il ritorno alla normalità. La trance di possessione indica l’identificazione tra l’uomo e lo spirito; la fase iniziale è marcata da un processo di perdita d’identità: l’iniziando è come un neonato, è in attesa di assumere la personalità dello spirito. È questa trance iniziatica a trasformare la persona, ad orientarla verso gli dei, nella dimensione del sacro.

La musica nella possessione

I rituali di afflizione sono «un’orchestrazione di azioni e oggetti simbolici in tutti i codici sensoriali, piena di musica e di danza e con interludi di giochi e di divertimento». Nei culti di possessione il corpo è l’elemento focale, con i suoi movimenti narra l’esprimersi e l’andare via di spiriti. All’inizio la somministrazione di bevande a base di erbe, alcolici e allucinogeni, provoca uno stato ipnotico e un affievolimento delle facoltà razionali. Segue talora il trattenimento del maternage, quell’insieme di gesti sul corpo della persona malata, come massaggi, lustrazioni e carezze, che induce uno stato di vuoto, di abbandono fiducioso e infantile, particolarmente propizio alla nomina, apparizione e incorporazione dello spirito. La musica accompagna sempre la trance, tutti i tipi di strumenti possono essere presenti e nessun sistema ritmico è specifico della trance. Oltre ai canti d’invocazione degli spiriti, sono inclusi i canti profetici. La danza costituisce l’aspetto coreografico della divisa ed esprime, mediante il movimento, la personalità del dio. Una parte della musica è eseguita dai musicisti, che sono dei professionisti, non degli adepti del culto. Le invocazioni, i ritmi battuti con le mani sono eseguite dai musicanti, cioè dagli adepti e dagli spettatori. La musica non è mai suonata dai posseduti, ma per i posseduti. Chi è in stato di trance non è in grado di eseguire alcun repertorio musicale ma è, anzi, dominato dalla musica, sottoposto al richiamo degli dei e dei loro ritmi. Perciò, «il posseduto non è né musicista né musicante, bensì musicato». La danza assolve sempre una funzione catartica, di liberazione e di scarico delle tensioni. Si aggiungono in taluni culti degli elementi specificamente «teatrali». Orchestre di tamburi e viole, ritmare di nacchere, insegne, abbigliamenti e ornamenti particolarmente ricchi e vivaci, sono già tutti elementi teatrali. Lo spazio «sacro» è talora reso scenografico con altari, disegni sacri tracciati sul terreno. Lo stesso pubblico costituisce di per sé un auditorio. Come distinguere, allora, una possessione autentica da una inautentica? Forse distinguendo tra «teatro vissuto» e «teatro giocato». Ma la stessa autenticità può configurarsi ambiguamente come suggestione, possibilità di coinvolgimento automatico, di «contagio», prodotto dall’atmosfera fortemente emotiva del rituale.


VALENTINA CARUSO



BIBLIOGRAFIA: “ombre divine e maschere umane”Mariannita Lospinoso Liguori editore

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