domenica 1 marzo 2009

GLI EFFETTI DELL'EMANCIPAZIONE FEMMINILE

Durante il periodo del fascismo la famiglia costituisce un istituto insieme sociale e politico: fondato sì ancora sul potere del maschio capofamiglia, ma anche responsabile nei confronti degli interessi dello Stato. In particolare, è il comportamento riproduttivo della donna a divenire affare di Stato: allo Stato “servono” i suoi figli e la invita allora a ridurre al minimo le attività extrafamiliari (il lavoro innanzitutto) per dedicarsi a tempo pieno alla sua funzione primordiale, quella di generare. Conseguenza di tale impostazione ideologica è che aborto e incitamento a pratiche contraccettive diventano reato e le donne che si sottraggono al proprio “dovere” passibili di punizione. Premi di natalità, assegni familiari e congedi di maternità per chi invece segue le indicazioni del regime. L’uomo sposato e con figli è, anzi, facilitato negli avanzamenti di carriera mentre la madre in stato di precarietà economica è sostenuta dall’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI), istituita nel 1925. Si evince chiaramente che è lo Stato a regolare la formazione e la vita delle famiglie. Regole entro cui alla donna è riconosciuto unicamente il ruolo di moglie e madre. Ma le cose sono destinate a cambiare!
Quella del dopoguerra è una società che si avvia al boom del miracolo economico e che pone le basi di quella tecnologia avanzata nella quale viviamo oggi. Contemporaneamente, la soglia dell’istruzione obbligatoria si eleva, le dimensioni delle famiglie diminuiscono, l’occupazione femminile diventa una realtà economica importante. Il nuovo ruolo di donna lavoratrice modifica, come è facile aspettarsi, la vita di coppia e rompe l’antico equilibrio secondo il quale l’uomo produce e la donna cura figli e marito. Naturalmente il cambiamento non è esente da difficoltà: la donna si ritrova, per anni, a combattere lotte stressanti e faticose per riuscire ad affermarsi. I suoi avversari? La società, innanzitutto che, se da un lato la sprona a trovare un suo spazio nel mercato del lavoro, dall’altro le offre ruoli e posti di lavoro molto meno qualificati rispetto a quelli dell’uomo; il partner, alquanto riluttante ad accettare di spartire con lei quel potere che, per tradizione, spetta a lui e solo a lui; e perfino se stessa, rendendosi conto di essersi sempre accontentata di rivestire un ruolo di secondo piano all’interno della coppia, annullando spesso completamente la sua personalità e le sue risorse intellettuali per fare la “domestica per amore”. Ma ora fa sentire la sua voce ed esige di essere ascoltata! La sua aspirazione è quella di diventare la compagna dell’uomo, non più la sua serva. E infatti non sempre le motivazioni che spingono la donna d’oggi a lavorare sono legate ad un’effettiva necessità economica; a volte, rispondono all’esigenza di sentirsi realizzata, autonoma, pari all’uomo. Certo, l’entrata della donna nel mondo del lavoro è indice del riconoscimento di un rapporto paritario tra i due sessi; è indice di progresso, insomma. Ma col lavoro la donna finisce per guadagnare stress, oltre che danaro e indipendenza! La famiglia e la casa esigono la loro parte e richiedono una dose considerevole di energia fisica e mentale. Come è possibile allora essa possa rispondere esaustivamente a tutti questi ruoli di cui viene investita, anzi travolta? Come fa a destreggiarsi tra cene da preparare, favole da raccontare, pratiche d’ufficio e ore di straordinario? Il carico di lavoro diviene troppo pesante e, pur se inizialmente è convinta di potersi dividere l’anima in due, di poter vivere due vite nello spazio di una sola e si ostina a correre un’assurda corsa ad ostacoli, in perenne lotta con l’orologio, si accorge ben presto che è necessario fare delle scelte e delle rinunce. Scelte che, sfortunatamente, troppo spesso realizza a discapito degli affetti. Sembra quasi che dopo tante battaglie combattute e vinte, la donna stia perdendo la sfida più grossa: l’amore del marito e dei figli. Matrimoni che si sfasciano, figli che non nascono o che, se nascono, passano tante ore al giorno da soli in casa o, peggio, in strada. E poi ci si lamenta del numero impressionante di ragazzi che si perdono nei meandri della droga, della trasgressione, della violenza. I valori non si comprano al bar né in discoteca; si acquistano in famiglia. Ed è colpa dei figli se oggi tanti genitori non hanno il tempo di insegnarglieli? Purtroppo è questo il prezzo del successo! Quei genitori che ogni mattina lasciano la casa (e i figli) per recarsi al lavoro, tornano la sera stanchi, nervosi, tesi e quindi restii ad accollarsi il peso di un nuovo lavoro, quello affettivamente impegnativo di genitore. Certo, sono gravati da un’intera giornata di fatica, l’ufficio ha spremuto fino all’ultima goccia della loro energia, ma questo non può e non deve pregiudicare le relazioni con i figli. Il tempo da spendere per ascoltare o abbracciare un figlio è da trovare sempre e comunque. E invece quante volte ci si scorda che le questioni di lavoro vanno lasciate fuori dalle mura domestiche o che basterebbe posare il telecomando per ritrovare un rapporto vero e sincero con i propri cari. Interessano di più le domande ai quiz di Buongiorno e Scotti o i perché esistenziali di un figlio, i suoi dubbi, le sue convinzioni, le sue esperienze? Si dice che la colpa non sta mai tutta da una parte e, in effetti, qualche volta sono pure i figli a rifiutare qualsiasi contatto con papà e mamme: si barricano in camera, attaccati ad un telefono o con le cuffie alle orecchie; preferiscono fare le loro confidenze agli amici perché «con un amico posso parlare di tutto senza il timore di essere giudicato o accusato. Lui condivide i miei stessi dubbi, le mie stesse paure, le mie stesse emozioni»; si “confessano” ad un amico di carta, il diario, perché, al contrario dei genitori, è sempre lì a portata di mano e con esso non corrono il rischio di sentirsi dire «Ne parliamo più tardi. Adesso non ho tempo»; scelgono come modelli da imitare i divi della musica perché «le loro canzoni raccontano di noi, dei nostri problemi e dei nostri sentimenti». La soluzione sta nel venirsi incontro e nel rispettare le esigenze di tutti. Genitori e figli facciano l’uno un passo verso l’altro fino a trovarsi. I primi si promettino di trovare maggior tempo per ascoltare i figli; i secondi facciano cadere la corazza che si sono costruiti con così tanta tenacia e si lascino ascoltare. Si impegnino entrambi a confrontarsi e a realizzare un dialogo costruttivo e duraturo perché, si sa, il segreto per capirsi è parlarsi. E se proprio gli impegni di lavoro portano via gran parte della giornata, si faccia sì che almeno nel poco tempo speso insieme gli uni occupino il centro dell’universo dell’altro. Si punti, in questo caso, alla qualità del rapporto più che alla quantità!

Antonietta Parmentola

BIBLIOGRAFIA
ARDUINI A.V., LIVA G., VITI R., L’abitazione-La famiglia, Vol. II di “Aspetti dell’organizzazione familiare”, Editrice Galileo, Pisa 1987.
BARBAGLI M., KERTZER D. I., (a cura di), Storia della famiglia italiana 1750-1950, Il Mulino, Bologna 1992.
ROSEMBERG C. E., (a cura di), La famiglia nella storia. Comportamenti sociali e ideali domestici, Einaudi Paperbacks, Torino 1979.
SARACENO C., La famiglia nella società contemporanea, Loescher Editore, Torino 1983.

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