lunedì 1 dicembre 2008

Una rivalutazione di Cesare Lombroso

La figura di Cesare Lombroso è l’emblema dell’influenza che il positivismo inglese e francese esercitò anche in Italia soprattutto nella forma evoluzionistica propugnata da Spencer. Secondo Spencer, infatti, esisteva un principio generale dell’evoluzione valido in ogni campo della realtà, dalla materia cosmica alla psiche umana.
I positivisti, a differenza dei classici che privilegiavano l’analisi del reato e della pena, ponevano al centro della loro attenzione l’uomo delinquente e quindi la personalità dell’autore illecito.
Era opinione dei positivisti, infatti, che ad ogni problematica umana la scienza sperimentale può e deve dar risposta.
Lombroso, fu assertore del metodo positivistico, e, riallacciandosi alle teorie di Francis Galton, padre dell’eugenetica, che, sosteneva sostanzialmente che la criminalità fosse innata e biologicamente condizionata, sostenne che le condotte atipiche del delinquente e del genio fossero condizionate oltre che da componenti ambientali socio – economiche, da fattori indipendenti dalla volontà, come l’ereditarietà e le malattie nervose, che diminuiscono il grado di responsabilità del criminale, in quanto questi è in primo luogo un malato.
Oggi Lombroso, nonostante le feroci critiche e la dimenticanza, fu accusato di deficit metodologico, viene rispolverato con un corposo lavoro bibliografico.
Così come sostiene Delia Frigessi in una recente biografia su Cesare Lombroso pubblicata nel 2003 : << Non è difficile, anzi, appare del tutto naturale, ricondurre a tracce di lombrosismo, i ritorni al determinismo biologico, genetico, che sono il prodotto delle comunità scientifiche di mezzo mondo, e scoprirne i fattori biologici della criminalità.
Tracce molto evidenti le troviamo a cinquant’anni dalla scoperta della doppia elica, nell’ultimo libro di James Watson DNA, << The Secret of life>>, in cui sostiene che la violenza è ereditaria, che ci sono differenze razziali di intelligenza e di genere nell’abilità matematica e via dicendo. Assieme alla notizia del completamento del genoma, tempo fa giunse anche la notizia del << gene della violenza >> che sarebbe associabile al cromosoma Y. Nel rapporto Neurobiology of Suicide and Aggression, scritto da John Mann per l’American college of biopharmacology, si leggevano affermazioni ben più caute di quelle di Watson, e altrettanto caute apparivano quelle di Matt Ridley, già autore di Genoma, e che qualche anno fa ha pubblicato Nature via Nurture. Genes, Experience and What Makes us Human.
In parte Ridley condivide le critiche che al determinismo genetico, quando esso è particolarmente carico di pregiudizi ideologici, hanno mosso biologi come Richard Lewotin e Steven Jay Gould, che nel suo spendido The Mismeasure of Man dedicava proprio a Lombroso un ampio capitolo.
Tuttavia egli ritiene che benché sia assurdo attribuire ai geni cose che sicuramente non fanno, non bisogna sottovalutare ciò che essi invece, spesso in maniera ben dimostrata fanno. Non è che i geni contino più di altri fattori, sostiene Ridley, però contano.
Anche Patrizia Guarnieri, nel suo libro pubblicato nel 2oo6 << L’ammazzabambini, legge e scienza in un processo di fine Ottocento>> scrive : << la derivazione sociologistica di ogni singolo male della società stessa, alla fine si è rilevata altrettanto insoddisfacente sul piano teorico del determinismo biologico>>.
La patologizzazione della devianza, la sua riduzione medicalizzante, che hanno assicurato la fama e la popolarità di Lombroso, continuano a sopravvivere se non come modello scientifico, come analisi cognitiva.
La ricerca scientifica ed i progressi delle scienze biologiche , criminali e mediche hanno rivalutato l’importanza dello studio morfologico propugnato da Lombroso ed oggi non c’è più chi metta in dubbio la necessità nello studio della persona umana dell’esame “anche” morfologico.
Lombroso sosteneva che anomalia fisica e degenerazione morale fossero strettamente correlate.
Quest’idea è un topos che si ritrova sin nella concezione greca del cosmo, nello stesso tempo ordine e bellezza, e in quella del Kalòs Kagazòs, bello e buono.
Fin dai tempi di Platone ed Aristotele, il corpo era concepito come il riflesso dell’anima.
Secondo Leonardo da Vinci, attraverso la fisiologia potevano essere spiegate le emozioni mentre attraverso la fisiognomica i moti dell’animo.
Cartesio nel 600’ individuava << i moti degli occhi e del volto >> come tra i più importanti segni delle passioni.
Nel 700’ i segnali esterni di un individuo vennero letti anche come espressione del contesto spazio temporale e sociale nel quale l’individuo stesso è inserito.
Il metodo fotografico/ fisiognomico di Lombroso basato sul suo presupposto screzio fisico / screzio morale, era diretto a realizzare dei veri e propri ritratti per andare oltre il solo aspetto fisico, mostrare anche lo spirito, l’indole, il carattere del suo modello.
Lucia Rodler, nel suo libro pubblicato nel 2000, << Il corpo e specchio dell’anima, Teoria e Storia della fisiognomica>>, ha sintetizzato la storia della fisiognomica fino all’Ottocento.
Come scrive la stessa Rodler: << l’interesse per la fisiognomica nasce da una curiosità per così dire filosofica circa il nesso tra corpo e anima, tra esteriorità ed interiorità , ecco allora che la selezione operata dall’occhio sul corpo di una persona che sta di fronte risponde al bisogno costante di dare senso a ciò che ci circonda>>.
La ricerca lombrosiana permetterebbe secondo la Rodler di verificare la permanenza della fisiognomica nel mondo contemporaneo. La moderna criminologia oggi si avvale di approcci sia antropologici che sociologici e le attuali teorie criminogenetiche si distinguono in quelle biologico - deterministiche , quelle psicologiche e quelle sociologiche.
Una ricerca eseguita dal professor Ernest A. Hooton di Harvard, su di una massa di americani, permise di sostenere l'esistenza di accertate caratteristiche anatomiche in un grande numero di criminali messi a confronto con gli individui normali che si attengono alla legge.
La sua dottrina di stampo neo – lombrosiana si conclude con l’affermare che i criminali, considerati in blocco, sono un gruppo di individui inferiori sociologicamente e biologicamente la quale inferiorità fisica è soprattutto di natura ereditaria.
Si può quindi parlare di un vero e proprio ritorno alla fisiognomica lombrosiana che basa i suoi costrutti sulla relazione esistente tra le differenti caratteristiche fisiche di un individuo e la sua personalità.
Se è vero che le sue teorie non hanno alcun supporto scientifico è comunque innegabile come ciascuno di noi, ogni qual volta si trova di fronte ad un nuovo interlocutore, tenti di intuire, istintivamente, se la persona che ha di fronte a sé è buona o cattiva, sincera o antipatica e così via.
Cercare di capire come i lineamenti del volto di un uomo ispirino interpretazioni sul suo carattere interno e al limite addirittura esserne uno specchio rivelatore è stato da secoli occupazione prediletta di pittori e studiosi del comportamento.
Lombroso formulò l'ipotesi di una ereditarietà familiare sia del potenziale creativo che della tendenza ad alcune malattie mentali, ipotesi che parve confermata da una vastissima ricerca condotta in Germania e che mise effettivamente in luce una significativa relazione tra le attività più creative, si potrebbero dire specificatamente artistiche, ed il rischio sia di malattie mentali che di tendenza suicida, questa ultima quasi sempre collegata alle prime.
Negli anni seguenti alle formulazioni di Lombroso, si svilupparono studi e teorie volti a dimostrare l'esistenza di un fattore a base biologica, e quindi trasmissibile per via ereditaria, in grado di favorire lo sviluppo di associazioni mentali inusuali ed originali, tipiche di vivaci processi creativi artistici.
L'ipotesi venne confermata a seguito degli studi di eminenti psichiatri di tutto il mondo, quali Nancy Andreasen, che rilevò una elevata presenza di disturbi dell'umore tra gli scrittori, e Joseph Schildkraut, che, come anche Arnold Ludwig, professore aggiunto di Psichiatria e comportamento umano presso la Brown University nel 2006, compì specifici studi sui pittori dell'Espressionismo astratto americano rilevando gli stessi problemi: al di là di ogni statistica, e' comunque un dato di fatto la follia di Vincent Van Gogh , di Antonio Ligabue di Edvard Munch, così come non ci sono dubbi sulla genialità artistica del loro operare. Sulla base dell’approccio dello psichiatra svizzero Eugen Bleuler, si può giungere alla conclusione, che, effettivamente negli individui creativi esiste un modello di pensiero di tipo schizofrenico, senza tuttavia le manifestazioni di angoscia e dissociazione tipiche della malattia.
Ogni studioso, va letto come prodotto del suo tempo. Ogni teoria costituisce altresì uno sguardo sulla realtà. Ogni osservatore compie delle operazioni di selezione dello / sull’oggetto; tali operazioni gli permettono di separare gli aspetti rilevanti, ai fini dello studio, del fenomeno in esame e nell’ambito di una teoria di riferimento, da quelli irrilevanti.
Per cui “ogni teoria” per quanto si ritenga “completa”, “esauriente”, “esaustiva”, “globale”, presenta dei deficit o limiti derivanti dalla “finitezza delle operazioni stesse di costruzione dell’oggetto d’analisi, dal retroterra sociale, politico, culturale, scientifico, epistemologico dominante, dallo stesso focus di indagine, dalle metodologie di rilevazione”.
Da questi presupposti, anche la più esauriente delle indagini, risulta incompleta, parziale, limitata, ma non per questo meno valida e produttiva di altre.
Il fatto stesso che ancor oggi, spesso ci capiti di associare a un certo tipo di qualità umana, un certo tipo di bellezza, rileva che l’atteggiamento di Lombroso non sia del tutto estinto.


Ida Silvia Valentina Apice




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