lunedì 2 giugno 2008

L ’antropologia del paesaggio

L ‘attenzione verso il paesaggio nasce in Inghilterra; è solo agli inizi del 900 che in Italia si diffonde per poi estendersi in tutti i paesi occidentali.
Diverse le definizioni date al termine paesaggio nelle varie lingue.
Esso è un territorio inteso come spazi, è diverso da un minuto all’altro, dalla notte al giorno; per poterlo definire, bisogna cogliere le emozioni che esso desta.
E’ testimonianza della storia della cultura; risulta un elemento portante, irrinunciabile di ogni società seppur, talvolta, si tenda a darlo per scontato, a considerarlo un qualcosa di naturale, oggettivo.
Può essere riferito ad un insieme organico di opere, monumenti, abitazioni, saperi, stili e tradizioni che costituiscono la vita e l’identità della comunità.
Il paesaggio è una grandezza fisica ma anche culturale la cui realtà concreta coincide con le descrizioni che vengono date dalla geografia mentre il suo aspetto antropologico è caratterizzato da un insieme di fenomeni che possono essere percepiti e, quindi, compresi solamente attraverso la coscienza pregressa dei fattori concorrenti e con l’applicazione di filtri paradigmatici.
Esso esiste perché esiste qualcuno che lo vede; acquisisce uno status perché vi è un soggetto con un apparato valoriale, mutuato socialmente e culturalmente, che lo percepisce.
Il paesaggio non è solo una cartolina ma è il risultato della cultura sulla natura dove c’è la mano dell’uomo; esso ne è contaminato perché l’uomo ne modifica i caratteri adattando alcune caratteristiche alle proprie esigenze.
Possiamo riportare parecchi contributi di noti studiosi per meglio capire l’importanza del paesaggio. Ricordiamo, ad esempio, Ernesto De Martino o, meglio, il racconto del campanile di Marcellinara: “ricordo un tramonto percorrendo in auto una strada della Calabria. Non eravamo sicuri del nostro itinerario e fu per noi di grande sollievo incontrare un vecchio pastore. Fermammo l’auto e chiedemmo le notizie che desideravamo e, poiché le sue indicazioni erano tutt’altro che chiare, gli offrimmo di salire in auto per accompagnarci sino al bivio giusto, a pochi chilometri di distanza: poi lo avremmo accompagnato al punto in cui lo avevamo incontrato. Salì in auto con qualche diffidenza, come se temesse un’ insidia e la sua diffidenza si andò via via tramutando in angoscia perché ora, dal finestrino cui sempre guardava, aveva perduto la vista del campanile di Marcellinara, punto di riferimento del suo estremamente circoscritto spazio domestico. Per quel campanile scomparso il povero vecchio si sentiva completamente spaesato e solo a fatica potemmo ricondurlo al bivio giusto ed ottenere ciò che ci occorreva sapere. Lo riportammo, poi, indietro in fretta secondo l’accordo e sempre stava con la testa fuori dal finestrino, scrutando l’orizzonte per vedere riapparire il campanile di Marcellinara finchè, quando finalmente lo vide, il suo volto si distese e il suo vecchio cuore si andò pacificando, come per la riconquista della “patria perduta”. Giunti al punto dell’ incontro, si precipitò fuori dall’auto senza neppure attendere che fosse completamente ferma e scomparendo completamente senza salutarci, ormai fuori dalla tragica avventura che lo aveva strappato allo spazio esistenziale del campanile di Marcellinara”.
Con questo episodio viene fuori la grande carica simbolica del paesaggio: il campanile è un elemento identitario; noi siamo ciò che ci fa sentire a casa e quando perdiamo di vista i nostri punti di riferimento vi è crisi della presenza.
Secondo Antonella Fusco, le immagini simboliche possono essere fatte risalire, nel 600, a Siena quando, cioè, sulle immagini dei santi viene rappresentato (dietro il santo) il paesaggio.
Franco Lai sostiene che il paesaggio è il risultato dell’opera della cultura sulla natura.
Non è un dato oggettivo; infatti, si può avere una percezione diversa a seconda di dove si è nati, l’appartenenza etnico-culturale, ecc.
Emilio Sereni sostiene che il paesaggio è un fare farsi di quelle genti vive, non è un semplice dato o fatto storico, non è una fotografia.
Luigi Parpargliolo (direttore delle belle arti) nel 1922 disse che il paesaggio permette al sapiente di squarciare il velo che nasconde il passato di un popolo.
Cesare Deseta dice che il paesaggio è un luogo della mente, è un modo di pensare irreale.
Ciò ci rimanda all’idea di paesaggio interiore  idea identitaria del paesaggio: ognuno di noi ha una percezione diversa del reale e, quindi, del paesaggio.
Vito Teti coglie “il senso del paesaggio”: ognuno di noi in un paesaggio vede ciò che sa di dover vedere, ciò che gli interessa.
Guardare i luoghi con calma e come se fosse la prima volta porta a scoprire cose che prima non vedevamo e, adesso, le guardiamo con stupore.
Steavson sostiene che la scoperta del paesaggio avviene solo quando ci allontaniamo.
E’la distanza che permette di scoprire il luogo a cui apparteniamo: “allontanarci dal nostro paesaggio ce lo fa vedere”.
Il paesaggio è anche ciò che non si vede: ricordiamo, ad esempio, l’opera di Giacomo Leopardi (Infinito) dove viene descritto un paesaggio che non si vede perché sta dietro la collina.
Rosario Assunto (filosofo) sostiene che il paesaggio è lo spazio che si costituisce ad oggetto di esperienza estetica.
Il passaggio da una visione estetica ad una antropologica del paesaggio si ha alla fine degli anni ‘20 quando, cioè, la scuola degli annali tratta adesso grandi temi, adesso grandi movimenti e la cosa più importante è che i beni culturali assumono valore patrimoniale.
Nel 1920 comincia a nascere una certa attenzione per le bellezze naturali; si tratta di beni belli da vedere e non di una visione patrimoniale.
Nel 1922 a Capri si tiene il primo convegno sul paesaggio organizzato dal sindaco ed al quale partecipano personalità politiche importanti.
“Il paesaggio in quanto simbolo della patria va difeso e conservato”: è con questa affermazione che possiamo introdurre il fatto che a partire dal ‘900 nascono i primi movimenti ambientalisti fino a quando l’ambiente diventa oggetto di studio delle scienze sociali.

Ricciardi Anna

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