lunedì 2 giugno 2008

DAI GIULLARI AI CANTASTORIE

In Italia come in Francia, Provenza, Spagna e Portogallo le prime elaborazioni della poesia volgare si ebbero per opera dei giullari. L’arte giullaresca fu “arte di dire” cioè declamazione; l’esercizio di quell’arte induceva il dicitore a discordarsi dalle forme plebee e a cercare di uniformarsi ad un certo ideale di linguaggio colto. Il giullare non era un improvvisatore, egli componeva scrivendo, quindi il linguaggio volgare tendeva a pulirsi e a raffinarsi; il nomadismo dei giullari oltre a diffondere le proprie opere, tendeva ad unificare i diversi dialetti regionali e a cercare una sorta di “cultura volgare”. L’arte giullaresca penetrò in maniera incisiva nella vita italiana del medioevo, resistendo ad ogni persecuzione da parte della Chiesa, volgendo in versi volgari storie e sermoni religiosi, al fine di diffondere la fede tra coloro i quali il clero non riusciva a giungere con il suo latino. Essi erano presenti in ogni occasione: tornei, fiere, cacce, feste civili ed ecclesiastiche e con i loro giochi, canti, recitazioni, offrivano un divertimento semplice, quotidiano, e a portata di tutti.
La professione del giullare aveva anche i suoi lati negativi, si trattava di gente senza terra e senza tetto, eternamente vagabonda sempre in lotta con la fame e la loro vita creava intorno a loro un’atmosfera caratterizzata da diffidenza e mancanza di stima.
La professione del giullare derivò da quella dei mimi, in quanto anche il giullare soleva traversarsi, truccarsi e mettersi la maschera; la commediola giullaresca era un teatro buffonesco che le autorità ritenevano pericoloso per la morale pubblica, al punto di prendere dei provvedimenti nei loro confronti. L’abilità del giullare-attore consisteva soprattutto nella capacità di ricordare interi poemi tratti da un repertorio scritto.
Il giullare chiamato in seguito cantastorie, spostato il palcoscenico dal salotto alla piazza cittadina, continuò ad essere preso di mira così come tutti i vagabondi, anche nei secoli successivi. Alcuni cantastorie ebbero una certa fama fino ad assumere un ruolo preciso di cantacronache e di diffusori di poemi e canti. Essi cercavano il consenso del pubblico, al quale bastava un’esposizione degli avvenimenti fantastici i cui protagonisti, impavidi cavalieri buoni e bionde castellane, trionfassero sulle insidie dei maghi e dei cattivi; o la narrazione serena dei miracoli di un santo che gli ricordasse la propria miseria ma che lo confortasse del pensiero della misericordia divina; oppure le imprese eroiche del bandito che lottava contro la legge affinché gli alimentasse il sentimento di rivolta nei confronti della classe dominante.
La professione dei cantastorie era caratterizzata da una differenziazione interna che induceva i diversi professionisti a specializzarsi in un solo genere narrativo.
Le storie d’amore, gli intrighi, hanno sempre esercitato un certo fascino nella fantasia della gente, nei secoli passati, così anche come quella attuale; il corso dalla storia è stato ricco di avvenimenti tragici le cui variabili costanti erano amore, tradimento, morte, che hanno costituito la materia prima per essere lavorata dai cantastorie, poiché essi arricchivano codeste storie di particolari che miravano ad esaltare la bellezza di lei o il coraggio dell’amante, rendendole così più appassionanti e romanzesche, per poter far sognare la gente, tanto da creare un’espressione di ansiosa, dolorosa sofferenza o gioia sul volto del pubblico che seguiva le avventure dei personaggi.


Valentina Caruso
Piccolavale86@libero.it

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