mercoledì 19 marzo 2008

19 marzo

Ogni anno, all’approssimarsi di questa data, si dà il via alla frenetica corsa “shoppinghiana” pre-festa del papà! Una serie innumerevole di negozi viene “ispezionata” da chi è alla ricerca del regalo più bello o del biglietto augurale più dolce per poter dire ancora una volta o, almeno una volta: «Ti voglio bene papà».
Di seguito tenteremo di capire quale ruolo occupa il padre nello “scenario familiare”. E, naturalmente senza alcuna pretesa da “commissione esaminatrice”, proveremo a dare un voto a questo studente “della scuola della vita”. Così da scoprire quali sono e perché i papà che meritano di essere festeggiati!
Il papà “in”
La nascita di un bambino comporta la rottura della fusionalità simbiotica all’interno della coppia e la costruzione di nuovi equilibri, di una nuova intimità, di nuove modalità di comunicazione. Accogliere un figlio significa fare spazio ad un terzo, il che è alquanto difficile da accettare, almeno all’inizio. Occorre, per riuscirci, un tempo psicologico esattamente com’è necessario un tempo fisico. Ad una donna risulta certamente più facile: il suo stesso corpo, nei nove mesi di gravidanza, fa spazio al figlio. Essa si concentra su di sé e sul bambino che le cresce dentro e, nell’attesa, sviluppa gioie, speranze, fantasie, “preoccupazione primaria”(Winnicott).
Per l’uomo è diverso. Anche se la donna lo rende partecipe del miracolo che sta avvenendo in lei, il rapporto che questi instaura col bambino all’inizio dell’evento procreativo è necessariamente indiretto, esterno. Il suo avvicinamento alla paternità è tutto mentale e si può esplicare soltanto come accudimento della compagna incinta. Ecco perché è più impreparato alla nascita e alla potenzialità innovativa che il neonato porta con sé. Anche se questo non vuol dire egli sia esente dal provare l’ansia dell’attesa o non si soffermi a pensare alle caratteristiche che suo figlio avrà e a cosa farà da grande. Forte è, anzi, il desiderio di colmare le inevitabili “lacune” fisiche che lo separano da quell’esserino di cui può sondare l’esistenza semplicemente carezzando il “pancione” della mamma. Una vera ingiustizia se si considera che un contributo al nuovo cuore che palpita “lì dentro” l’ha dato pure lui! Un possibile rimedio? Prender parte, per quanto gli sia possibile, in prima persona, al lieto evento che investe lui e la sua “dolce metà”! Non è un caso che negli ultimi anni si assista ad una sempre più massiccia partecipazione dei papà ai corsi di preparazione al parto o all’innalzamento del numero di presenze al momento della nascita da parte degli uomini. Ma cosa spinge un padre ad entrare in sala parto? Quali emozioni, aspettative, paure lo accompagnano mentre suo figlio “si batte” per scoprire il mondo? Sicuramente l’evento è vissuto come un’importante opportunità di realizzazione personale e di coppia. Ed in più attesta la volontà di condividere insieme alla propria compagna un’ “esperienza magica”. Come? Incitandola, confortandola, incoraggiandola a respirare nel modo corretto, praticandole magari dei massaggi. O, semplicemente, supportandola con la propria presenza. Non è raro, in effetti, imbattersi in uomini che, nonostante le buone intenzioni (!), non riescano poi a fare né a dire niente e si limitano a guardare. Anzi, alcuni, specie se alla prima esperienza, nemmeno a quello perché… svengono prima di “entrare nel vivo” della situazione! A bloccarli la paura di perdere la moglie o il bambino; il senso d’impotenza e d’inadeguatezza di fronte ad una sofferenza, quella della compagna, che avevano immaginato molto meno intensa; il timore che il neonato non sia sano. Un’inquietudine (d’altronde comprensibile!), questa, destinata a placarsi nel momento in cui il bambino viene alla luce, ponendo finalmente fine al lungo travaglio di mamma… e papà!
A nascita avvenuta, comunque, nel cuore di lui, la felicità e l’orgoglio per aver creato un essere “così perfetto” si mischiano alla preoccupazione per le nuove responsabilità che lo attendono come promoter, economico quanto affettivo, della famiglia. Gli viene chiesto di supportare emotivamente la sua compagna e di attivarsi, fuori casa, per garantire a lei e al nuovo arrivato una vita dignitosa. La povertà (quantitativa s’intende!) dei suoi approcci col bambino dipende, tuttavia, solo in parte dagli impegni professionali.
Figura primaria nella relazione oggettuale del piccolo, in effetti, si rivela essere la madre: subito dopo il parto, lo guarda con grande interesse, lo stringe a sé, lo tocca come se volesse esplorarlo, “aggancia il suo sguardo”, mentre il papà sembra più imbarazzato, poco “sintonizzato” nel clima familiare, quasi non si rendesse ancora conto del suo diritto a stare là con suo figlio. Tornati a casa, l’unità diadica permane e la madre continua a presentarsi come quell’ “oceano in cui il bambino si immerge” (Fromm). Perché è lei a prendersi l’onere delle cure fisiche e strumentali (alimentazione, pulizia); è in lei che il bambino cerca protezione nei momenti di stress; è lei che, da “direttrice d’orchestra”, organizza la triade mediando il rapporto tra il “marmocchio” e il suo “paparino”. Questi assiste, cerca di elaborare comportamenti per inserirsi, ma si accorge ben presto di doversi accontentare del ruolo di chi “va e viene”, a seconda delle occasioni che gli vengono offerte e delle volte che la sua donna decide di “chiamarlo in causa”. Non si pensi, comunque, che questa condizione “limitante” debba per forza assumere un’accezione negativa. La si osservi dall’ottica della causalità ed imprevedibilità degli interventi del padre: ci si accorgerà che l’uomo, meno assillato, rispetto alla partner, dai “doveri di cura”, può dedicarsi a relazioni più gradevoli, spiccatamente “qualitative”, con il bambino, in modo tale da conquistarne la “simpatia” e stabilire con lui una sorta di alleanza. Da questo punto di vista, la sua diventa una vera e propria “posizione di lusso”! (Camaioni-Stefani). Una posizione legata alla dimensione ludica ed espressiva: prende in braccio il bambino, parla e gioca con lui (o lei, naturalmente!), si diverte ad improvvisare inseguimenti e finte lotte sul pavimento di casa! Un modo di interagire, il suo, decisamente attivo ed intenso sul piano fisico e motorio: come compagno di giochi si è meritatamente aggiudicato il podio! Ma si può essere certi conquisterebbe un posto d’onore anche nel ruolo di “mamma”! Nel senso che, come emerge dagli studi di Field, così come da semplici osservazioni di vita quotidiana, in situazioni in cui costituisce la figura principale nel fornire le cure, il padre si mostra attento, sensibile ai segnali del bambino e capace nell’interpretarne le richieste, quanto la madre. Il pianto di un neonato, ad esempio, riesce ad “attivare” in egual misura sia una donna che un uomo. Un bambino di pochi mesi si trova a suo agio nel marsupio sia che questo venga indossato da una persona di sesso femminile che maschile. Se poi a dargli il biberon è papà, invece di mamma, il piccolo succhia ugualmente. Certo, i modi di un uomo non sono identici a quelli di una donna. Ma ciò non significa siano necessariamente meno efficaci o dannosi. Perché, come asserisce lo psicologo Michael Levine, «avere un figlio non rende più genitori di quanto possedere un pianoforte non renda pianisti». Sembra allora che le differenze di qualità nell’accudimento di un bambino non siano attribuibili al sesso dei genitori, ma piuttosto al maggiore o minore coinvolgimento nelle cure.
Un aspetto, questo, a sua volta legato all’organizzazione dei ruoli sociali propri della nostra cultura. Tradizionalmente, in effetti, al padre è sempre spettato il ruolo di autorità centrale attorno cui ruotano i principi educativi, mentre alla “cura del cucciolo” è stata delegata la donna, dispensatrice di attenzione, mediatrice di emozioni e ingiuntrice di regole di vita quotidiana. Da qualche anno si assiste però ad un’interessante inversione di tendenza! Più disposto a collaborare nel “lavoro domestico” rispetto al passato, il papà contemporaneo scende in campo insieme alla sua compagna: magari mostra ancora una certa titubanza quando tiene tra le braccia la sua creatura, ma sta imparando a superare il senso d’inadeguatezza che lo attanagliava e soprattutto sta scoprendo quella dimensione di corporeità con il bambino, prerogativa un tempo del genere femminile. Si alza di notte, lo cambia, gli dà il biberon, lo lava: tutte espressioni, queste, di quel basilare contatto fisico attraverso cui il bambino percepisce la sua presenza. E che, per dirla con le parole del noto pediatra e ricercatore americano Barry Brazelton, permette il «verificarsi di una triangolazione precoce che introduce un terzo, un non-mamma». Relazionandosi a lui, il piccolo avverte che il “non-mamma” ha un odore naturale diverso, lo tiene tra le braccia in modo differente, ha una voce dai toni più gravi, ha mani più grandi, un corpo più compatto e una presa diversa nell’afferrarlo e nel sostenerlo. Il padre è, insomma, «colui che con la sua presenza, il suo modo maschile di muoversi, di afferrare e di giocare, offre al bambino la possibilità di sentire la differenza. (…) L’inserimento del “differente” nella diade madre-bambino aiuta il piccolo a diversificare le sensazioni, i sentimenti, le immagini, le voci. Lo induce a prestare attenzione ai cambiamenti, a desiderarli e a non considerarli minacciosi. La voce di papà è diversa da quella di mamma e le voci dei fratelli sono diverse da quelle dei genitori. Anche nei movimenti e nelle mimiche delle persone ci sono delle differenze evidenti. Crescendo, il piccolo si abitua ad attendersi cose diverse da persone differenti. Si abitua al cambiamento e all’imprevisto. E la curiosità vince sulla paura» (Anna Oliverio Ferraris, Sarò padre. Desiderare, accogliere, saper crescere un figlio, Firenze, Giunti, 2001).
L’incontro “manuale” con il neonato, di cui sopra abbiamo discusso, vale come testimonianza di una rinnovata “identità paterna” che dà il via ad un’ inedita e duratura intimità tra genitore e figlio; un’intimità, fatta di confidenza e complicità, che accompagnerà il figlio nel suo percorso di crescita. Il nuovo papà impara così a proporsi ai figli come un amico più che come un dittatore che detta norme o impone stili di vita. C’è il rischio però che, insieme all’autorità, perda anche la sua autorevolezza e che, per stare al passo con i tempi, per fare il “padre moderno”, abdichi al suo ruolo di guida. Essere un “genitore-amico” non vuol dire farla passare sempre liscia ai figli o dar loro tutto quello che chiedono. Vuol dire ascoltarli, dialogare con loro, condividere le loro gioie così come le preoccupazioni, capire i loro problemi (o, almeno, tentare di farlo!), discutere e scontrarsi anche, se necessario. D’altronde, sono gli stessi figli a preferire un “no” motivato a dei “sì” troppo facili, che danno l’impressione che nella vita tutto sia loro dovuto, ma che li lasciano poi “senza corazza” al primo scontro con la realtà.
Coccole e ramanzine, concessioni e divieti, parole dolci e un po’ più “amare”: chi saprà dosare al meglio questi ingredienti, sarà un papà da 10 e lode!
Il papà “out”
Nel paragrafo precedente abbiamo sottolineato l’importanza dell’assunzione di un ruolo attivo, da parte del padre, nell’educazione di un figlio. Ed abbiamo riconosciuto che, per esplicare al meglio le sue funzioni, un “bravo papà” deve saper discernere i momenti in cui può fare l’amico da quelli che necessitano di una certa “dose” di autorità. Un’autorità che sia sempre però ragionevole e giusta e che derivi la sua forza dal legame d’amore che unisce un genitore ed un figlio; che non richieda, cioè, l’esercizio del potere per il potere. Questo in teoria. Ma il difficile è passare alla pratica! E purtroppo non sono in pochi a rientrare nella categoria dei “padri-padrone”; uomini che si arrogano il diritto di decidere della vita dei figli, confondendo l’esercizio dell’autorità con un senso di possesso e di comando. «Sei mio figlio e quindi fai quello che dico io»; «Portami rispetto perché ti ho messo io a questo mondo»: a quanti figli queste parole martellano nella testa! Che non si sognino mai di trasgredire le regole imposte da papà! In caso contrario, l’eco di quel “vocione” che urla, strepita, insulta rimbomberà nelle loro orecchie per diverso tempo! Sempre che non abbia deciso di passare alle maniere forti! E allora alla tipica frase «Ormai con te le parole non servono più. Per farti rigare dritto devo solo alzare le mani!» seguiranno schiaffi, percosse e… lividi. A un certo punto, anzi, le botte non si sentiranno quasi più: sarà il dolore dell’anima e non quello del corpo a scavare ferite profonde. Altro che amico! Un padre violento, una mina pronta ad esplodere alla minima “distrazione”, non può che fare paura ai propri figli. Una paura che, oltretutto, si collega al trauma del tradimento: ogni figlio è convinto che l’amore che lo lega ai genitori sia talmente forte che certe cose no, non possano proprio succedere. Ed invece, la vita riserva a volte delle amare sorprese e può capitare suoi carnefici diventino proprio quelle persone di cui si fidava ciecamente. Avrebbe voglia di fuggire, di scappare lontano per non vivere più quell’esistenza da incubo. Ma poi non fa che ripetersi: «Io gli voglio bene, è sempre mio padre. Sogno di svegliarmi un giorno e di trovarlo diverso. Per non avere più paura a parlare con lui». In realtà, continuare a subire con la speranza che un giorno o l’altro le cose cambino non serve a molto. Il primo grande passo verso l’ “uscita dall’inferno” è riconoscere il problema e parlarne nella consapevolezza che chiedere aiuto sia una dimostrazione di forza e non di debolezza. E con la coscienza di chi sa di avere diritto ad una vita serena, non impregnata del terrore di essere “ammazzato di botte”!
In alcuni casi a fare male non sono schiaffi e calci ma “quelle strane carezze” di papà! Dalla forma più leggera dell’apprezzamento verbale a quella più grave dell’aggressione, non è raro, in effetti, che un padre abusi sessualmente della propria figlia. Anche stavolta, per la vittima, la realtà è dura da accettare e, ancor più, da raccontare. Ad approfittare di lei è qualcuno a cui è legata profondamente dalla nascita e da cui ancora dipende, per cui è facile le “attenzioni particolari” che questi le rivolge la confondano. Vorrebbe rifiutarle ma ha paura di “tradire” il suo papà: infondo ciò che lui le sta chiedendo è solamente una prova di affetto e devozione! Una prova ingiusta e pericolosa “ideata” da un uomo egoista ed immaturo che sta trasformando il rapporto con sua figlia in un ricatto asfissiante: «Se mi vuoi bene e se vuoi che io ne voglia a te, devi provare le mie carezze, le mie attenzioni. Altrimenti tu per me non esisti più». Questo abuso-ricatto nasce probabilmente dalla voglia di provare ancora quella forma di potere affettivo che deteneva quando sua figlia era una bambina. Adesso è come se, negandole la sua autonomia e mantenendola in un rapporto di dipendenza, le dicesse: «Tu sei e rimarrai sempre la mia bambina». Una bambina con la quale giocare!
Violenza fisica e/o psicologica nei confronti dei figli: un “trattamento” inaccettabile, imperdonabile da parte di un genitore. Sembra quasi superfluo, quindi, dire che padri di tale “pasta” la bocciatura se la meritano in pieno!

Il papà “part-time”
Come abbiamo esposto sopra, esistono uomini il cui modo di rapportarsi ai figli non è idoneo al conseguimento del “diploma di papà”! Per contro, ce ne sono altri che, pur essendosi impegnati “nello studio”, si ritrovano sulla pagella, stampato a caratteri cubitali, un bel “RESPINTO”! E a bocciarli mica è stata una “commissione” qualunque? Lo ha fatto un tribunale… ma di quelli veri! Di chi stiamo parlando? Dei padri separati o divorziati, una categoria particolarmente in auge nella società post-moderna! Uomini sulle cui spalle grava un pesante fardello. Accettare una decisione, quella del tribunale per i minori, che li vede ormai spesso uscire perdenti dalla “disputa” per l’affidamento dei figli e che, di conseguenza, impedisce loro di avere con essi un rapporto intenso quanto vorrebbero. Tutto l’amore che sentono di avere dentro debbono obbligatoriamente somministrarlo in “dosi concentrate”: il tempo a loro disposizione è davvero poco e scorre veloce, troppo veloce. Fermarlo non si può. “Allungarlo virtualmente”, quello sì! Come? Puntando sulla qualità!
Dialogo, divertimento, attenzioni, intimità sono ingredienti indispensabili nella ricetta di un rapporto d.o.c.! Ma, ad un “cuoco provetto”, bastano anche poche ore per realizzare tale prelibatezza! Perché allora non lasciarci svelare i segreti della buona cucina?! A guidarci in questa “g-astronomica” (!) avventura Giorgio Gallino, un “papà-chef” lieto di farci assaggiare “Una giornata con Elena”, piatto tipico del suo locale! D’altro canto ispirato proprio alla vita di chi lo ha ideato. Il motivo? Il Gallino è un padre divorziato e, poiché lavora in Italia, mentre moglie e figlia risiedono a Parigi, deve accontentarsi di trascorrere una giornata al mese con la sua bambina. Meno di ventiquattro ore per stare insieme. Ma che gioia ogni incontro. Che festa! “Tuffarsi” in una di esse è possibile. L’invito (pur se un po’ in ritardo!) ce lo garantisce il racconto dello stesso protagonista! E allora affidiamoci alle sue parole: «Oggi sono andato a trovare mia figlia a Parigi. Poiché lavoro in Italia e la bambina risiede a Parigi con la mia ex moglie, riesco ad incontrarmi con la bimba soltanto un giorno al mese. Quando ci vediamo è però una festa per entrambi e cerchiamo di concentrare in una sola giornata tutte le cose che possiamo fare insieme. Di solito, non appena arrivo con il treno, vado a prendere Elena, mia figlia, a casa sua e poi ce ne andiamo a spasso per la città, noi due soli, in cerca di avventure.
Anche oggi portavo con me la mia solita borsona verde, da cui estraggo via via libri, giocattoli, riviste e dépliant che ci dicono che cosa si può fare oggi di bello in città, una certa quantità di fazzoletti di carta (sono molto utili quando tutti e due dobbiamo pulirci bocca, mani e magliette, per via dei gelati che colano), minimappe di Parigi, ombrello, macchina fotografica. Elena si diverte come per un gioco di prestigio. Sa che nella borsona si può trovare di tutto, tutto quello che ci serve nelle varie occorrenze. Quando lei era piccola ci mettevo sempre dentro una buona riserva di pannolini, un biberon con una delle sue bevande preferite, qualcosa da sgranocchiare. Durante la mezz’ora di viaggio in treno passiamo al vaglio le varie proposte circa i possibili luoghi da visitare. E’ divertente sottoporre a Elena, che ormai ha otto anni, il mio elenco. Accoglie ogni idea dicendo: “Va bene, questa è una possibilità”. Ci fa molto ridere. Questa volta la lista comprende: visitare una mostra interattiva realizzata all’interno di un cinematografo sui retroscena di un film, raggiungere un parco pieno di sculture giganti, andare ad una mostra di fotografie della Terra vista dall’alto, comprare un regalo per il compleanno della mamma, cercare ed esplorare a fondo un nuovo parco giochi.
Di solito passiamo anche un bel po’ di tempo al megastore dei cosmetici: uno dei nostri spazi ludici preferiti. Uno in particolare, “Sephora”, sugli Champs Elisées, ci piace più di tutti gli altri. Ma questa volta rinunciamo a provare trucchi e profumi, anche se è divertente, perché l’abbiamo già fatto la domenica precedente, un mese fa. E non abbiamo neanche considerato la possibilità di un picnic nel parco, con tovaglia e tutti i piatti allargati sul prato: anche se siamo a maggio il tempo è incerto. Anzi, sembra quasi che stia per piovere. Alla fine optiamo per la mostra fotografica come primo obiettivo: è in mezzo ad un grande giardino, il Jardin du Luxembourg, vicino al centro. Così avremo anche la possibilità di raggiungere rapidamente la zona della città in cui trovare negozi aperti la domenica, per il regalo di compleanno della mamma.
Prendiamo il metrò, linea 4, direzione Porte d’Orléans, Stazione Saint-Sulpice. Da quando Elena ha imparato a leggere è lei che individua il percorso e i cartelli direzionali nel dedalo di corridoi sotterranei. Mentre compita le scritte, io l’ascolto sempre con molta attenzione e mi compiaccio per i progressi nella lettura che fa di volta in volta. A Parigi non è così facile orientarsi bene tra tutti i possibili percorsi.
Ed eccoci nuovamente in superficie. Per arrivare al parco ci resta da percorrere un breve tragitto a piedi e attraversare la piazza della chiesa di Saint-Sulpice. Ma proprio sul sagrato una serie di costruzioni verdi attira la nostra attenzione. Ci avviciniamo. Grandi cartelli annunciano la Fiera della Matematica! Elena legge prima le scritte con le lettere cubitali, ma poi va a cercare anche i caratteri più piccoli. Tutta la piazza è piena di stand che presentano gioiosi manuali di algebra, applicazioni ludiche della geometria, siti Internet di trigonometria, allegri e colorati. La mia prima reazione è quella di gettare un’occhiata veloce, attraversare a grandi passi la piazza e andare rapidamente oltre. Non mi sembra che l’aritmetica appassioni la bambina. E qualche volta la sua severa insegnante l’ha anche ripresa perché parlava durante la spiegazione delle tavole pitagoriche. Invece Elena mi annuncia felice: “La maestra mi ha detto che sono dotata per la matematica!”, e si lancia elettrizzata in mezzo ai chioschi della fiera. Presi dall’entusiasmo, ci impegniamo in un puzzle di Escher, risolviamo un problema riguardante l’età di un bisnonno, osserviamo ammirati le evoluzioni di solidi complessi, sfogliamo vari libri di matematica.
Alla fine acquistiamo un manuale di piegatura della carta, per costruire fiori, ghirlande, animali: ci servirà quest’estate, quando lei farà le vacanze in Italia con me. Per il momento lo faccio scivolare nella borsona verde.
Riprendiamo la nostra marcia di avvicinamento alla mostra di fotografie, l’obiettivo che avevamo concordato insieme all’inizio, e già da lontano vediamo le gigantografie esposte fin sulle cancellate. Si tratta di immagini scattate da un fotografo che gira per il mondo e dall’alto, da una mongolfiera, riprende i luoghi più suggestivi. Leggiamo le didascalie, certe volte cerchiamo a turno di indovinare di cosa si tratti (le distese di alghe marine ci mettono in particolare difficoltà, per gli strani disegni che formano sulle spiagge). Infine scegliamo le foto che piacciono di più a tutti e due. Ci colpisce molto il biglietto di presentazione della mostra, che è un ologramma plastificato, e ci impossessiamo di 4-5 esemplari, da distribuire domani, a scuola, alle migliori amiche. Poi ci mettiamo alla ricerca della planimetria gigante della Terra, che deve stare da qualche parte della piazza, posata sul terreno. Data la sua ampiezza (10-15 metri), io la vedo da lontano, ma Elena guarda il mondo più dal basso e fa fatica a riconoscerla tra i vari stand che la nascondono ai suoi occhi. Le do il tempo di trovarla da sola: alla fine la individua ed è felice di essere lei a guidarmi fin là. Scopriamo che si può camminare sulla planimetria e ci zompiamo sopra, passando con un salto da un continente all’altro. Elena fa un salto più corto del dovuto e sta per annegare nell’Oceano Indiano, ma si abbranca ai miei pantaloni e ci mettiamo tutti e due in salvo sulla costa. Appena in tempo. L’Oceano è infestato di terribili pescecani, e già ci sembrava di vedere la loro pinna muoversi veloce verso di noi.
Con un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, usciamo dalla mostra delle gigantografie e ci incamminiamo verso il giardino. Fatte poche decine di metri la nostra attenzione viene richiamata da un tendone blu stampato con disegni di pecore. Oggi è il giorno delle sorprese! Occorre una rapida deviazione per indagare: si tratta di un’animazione delle ferrovie francesi sul tema del sonno. Ci consultiamo. E’ già l’una, ma oggi pomeriggio, di domenica, ci sarà sicuramente coda, mentre ora il luogo è quasi deserto. Di comune accordo rinviamo di mezz’ora il pranzo ed entriamo. Un animatore propone a Elena di farsi applicare dei colori sul viso: in una delle sale interne brilleranno nel buio. Lei non ama molto i travestimenti ma questa volta accetta di buon grado. Per non essere da meno mi faccio dipingere anch’io. Con la velocità del pensiero un’immagine mi attraversa la mente: è l’espressione dei miei colleghi di lavoro se mi vedessero con la faccia dipinta di blu e di rosso. Caccio via il pensiero. E’ molto più importante l’espressione della mia bambina che sta ridendo divertita. In otto anni di vita non aveva mai visto un papà dipinto di blu (per tacere degli altri colori…).
Penetriamo all’interno del padiglione. In una stanza in penombra, da sopra un letto gigante, un signore ci racconta una fiaba; poi procediamo lungo un percorso dove si contano le pecore gonfiabili luminose. Dopo, Elena si mette a saltare su un materasso gigante: è a questo punto che i nostri colori brillano nel buio. Infine un mimo ci accompagna gentile e silenzioso verso l’uscita. Sorpresa! Non c’è niente per toglierci la pittura dalla faccia. Per fortuna poco lontano troviamo una fontanella e, utilizzando quasi tutti i fazzolettini della borsona, riusciamo a restituirci un aspetto presentabile. Anche se Elena continua a sostenere, divertita, che ho una sfumatura blu.
Andiamo a pranzo. All’uscita dal fast food ci attende una novità: diluvia. Stretti sotto l’ombrello pieghevole, organizziamo un piano d’emergenza: correre al metrò e raggiungere il cinema in cui si possono visitare i retroscena dei film. Comunque, mentre camminiamo, ricompare la nostra ombra, proiettata dal sole, e rapidamente spiove.
La mostra delle gigantografie ci è però davvero piaciuta. Anch’io vorrei portarmene un ricordo a casa. Decidiamo di tornarci e, dopo varie valutazioni, acquistiamo di comune accordo un calendario gigante e delle cartoline. L’acquisto diventa un’occasione per inventare sul momento un gioco di memoria: scegliamo una decina di cartoline, le guardiamo e le mettiamo via; ora occorre verificare se qualcuna delle immagini si ripete nel calendario (non vogliamo doppioni). Ci sbagliamo una volta sola.
Certo che il calendario che ho comprato è davvero grande, anche se per fortuna ha una maniglia per l’aggancio. Elena si dimostra tuttavia molto perplessa e avanza dei dubbi: secondo lei mi stancherò di portarmelo dietro tutto il pomeriggio. A volte mi sembra più saggia di me. Finalmente ritroviamo lo spiazzo della planimetria gigante. Sulla rappresentazione del mondo sono incollate le riproduzioni in miniatura delle foto viste alla mostra: quel fotografo è stato davvero in ogni angolo della Terra! Elena mi propone questa volta una serie di visite in varie città di cui ha sentito parlare, e per raggiungerle tutte saltiamo ancora di qua e di là per il Globo. Poi ci lanciamo in un nuovo gioco: ritrovare le fotografie che nella visita del mattino ci erano piaciute di più. Quella che ci complica maggiormente la vita, perché sembra scomparsa, è un’immagine di grandi uccelli, gli ibis rossi, in volo: Elena non è disposta ad abbandonare la scena fino a quando non la ritroviamo. Alla fine eccola lì, al largo di Caracas.
Piuttosto rapidamente le nostre ombre scompaiono di nuovo: il cielo si è fatto plumbeo. Concordiamo una rapida ritirata nella parte alberata del parco, che gode di una copertura piuttosto fitta. Lì aspettiamo che spiova, allietati dalla compagnia di una banda jazz: oggi è proprio un giorno fortunato, continuiamo a incontrare imprevisti gradevoli. E’ ora di cambiare zona, e poi dobbiamo ancora trovare il regalo per la festa della mamma. Elena ed io decidiamo che per oggi dovremo rinunciare alla mostra sui retroscena dei film. Per fortuna ho letto in un opuscolo che proprio in centro, di fianco al Forum des Halles, nella Place des Innocents, c’è una mostra mercato di artigianato e oggettistica. Proviamo. Sotto i tendoni troviamo gioielli, piante stabilizzate, fiori in bottiglia, pupazzi, soprammobili di ferro: sono d’accordo con Elena, per la maggior parte sono “regali impossibili” (così li definisce lei), cose che sua madre getterebbe dalla finestra. Alla fine ci facciamo sedurre da una signora che ci propone di sperimentare un oggetto per fare massaggi: una specie di ragno di legno. Elena apprezza molto la prova che fa di persona, e ci decidiamo all’acquisto. Intanto ci accorgiamo che abbiamo fame: siamo al momento di fare merenda. Non siamo lontani dal Beaubourg, il famoso e discusso museo d’arte moderna, appena ristrutturato. Ci concediamo rispettivamente un gelato e un caffè sulla terrazza interna, che dà sul grande ingresso. Alla fine della consumazione sono quasi le sei e mi viene un’idea: subito dietro il Beaubourg c’è un grande orologio con un automa che si batte, proprio a quell’ora, contro un drago, un granchio e un gallo. Un signore seduto accanto a noi e che, evidentemente, ascoltava i nostri discorsi, si aggrega.
Arriviamo con qualche minuto d’anticipo e, nell’attesa, guardiamo la vetrina di un negozio che propone accessi a Internet. Con Elena parliamo degli ultimi Cd-rom che le avevo regalato. Finalmente il duello degli automi. A dire il vero, non proprio appassionante. Vale la pena solo se si è già nei paraggi. Anche il signore che ci ha accompagnati è d’accordo con noi: ci salutiamo stringendoci tutti le mani.
Siamo di nuovo soli e abbiamo ancora un po’ di tempo a disposizione. E se ci facessimo un altro giro nella boutique del Beaubourg? A tutti e due piace osservare, tra l’ammirato e il divertito, le trasformazioni che gli oggetti d’uso quotidiano subiscono quando passano per le mani di un designer, e il negozio del museo d’arte moderna offre una quantità di simili articoli, dispendiosi e alcuni assolutamente inutilizzabili, un po’ come la “caffettiera del masochista” di Jacques Carelman. Ma ormai devo correre alla stazione del metrò per riportare mia figlia a casa.
Ed eccoci, infine, seduti sul treno del ritorno. Elena ha ancora la forza di fare piani per la prossima uscita insieme. E’ stata una giornata dura, ma domani ci riposeremo, lei a scuola, io al lavoro. Poi, la sera, come quasi ogni sera, le telefonerò per sapere cosa ha fatto lei e raccontarle che cosa ho fatto io durante il giorno» (Giorgio Gallino, A spasso con mia figlia, in “Psicologia contemporanea”, n. 162, pp. 4-11, 2000).
E’ tempo anche per noi di lasciare la festa. Un commento su di essa? Interessante, piacevole, divertente. Solo una piccola perplessità. Perché non specificare sull’invito si sarebbe svolta nel Paese delle Meraviglie e non a Parigi?! Mica era così difficile riconoscere che quella di Elena e del suo papà somigliava tanto alle allegre e strampalate avventure della piccola Alice e del suo amico coniglio? I due protagonisti della favola moderna, come quelli tradizionali, si sono, in effetti, lasciati trasportare dagli avvenimenti: dalle proposte culturali e ludiche presentate dal padre e realizzate o scartate a seconda dei gusti e dei desideri della figlia, agli occasionali eventi in cui incappano casualmente per le strade della città. Pur essendo riuscita alla perfezione sembra proprio la festa non sia loro costata molto in termini di tempo e preparazione! A chi va il merito del suo successo, allora? Sicuramente a quel papà che partecipa e si diverte, sempre disposto ad “abbassarsi” al livello della figlia e a liberare lo spirito bambino nascosto dentro sé. Un novello Peter Pan che ci sentiamo di “raccomandare” alla commissione esaminatrice! Se non altro lo studente ha dimostrato impegno e buona volontà! Da premiare!
Conclusione
Papà promossi e papà respinti: in questo articolo abbiamo stilato una pagella molto particolare! Naturalmente, tra la lode e la bocciatura, ce ne sono di voti intermedi che la promozione la fanno comunque guadagnare! Ma noi non ci accontentiamo di dire «Ha raggiunto la sufficienza ma potrebbe fare di meglio!» e speriamo questi studenti della vita puntino sempre al massimo!

Antonietta Parmentola


BIBLIOGRAFIA
ANTONINI F., PANSERA M.T., Corso di psicologia, Sansoni Editore, Firenze 1989.
CAMPANA S., Gallo E., Il problema dei figli nella separazione, Bollati Boringhieri, Torino 1991.
CIGOLI V., GALIMBERTI C., MOMBELLI M., Il legame disperante. Il divorzio come dramma di genitori e figli, Raffaello Cortina, Milano 1988.
EMILIANI F., ZANI B., Elementi di Psicologia sociale, Il Mulino, Bologna 1998.
GALLINO G., A spasso con mia figlia, in “Psicologia contemporanea”, n. 162, pp. 4-11, 2000.
NORDIO S., PIAZZA G., STEFANINI P., Diventar padri. La famiglia che si estende, i suoi simboli, il pediatra, Franco Angeli, Milano 1983.
OLIVERIO FERRARIS A., Sarò padre. Desiderare, accogliere, saper crescere un figlio, Giunti, Firenze 2001.

Nessun commento: