venerdì 1 febbraio 2008

L’insopprimibile leggerezza della libertà

Milan Kundera e la Primavera di Praga

Cosa resta alla fine di un sogno? Beh, dipende.
Se il sogno era particolarmente bello, ed il risveglio è stato piuttosto brusco, allora ciò che resta è una forte sensazione d’amarezza.
Il sognatore la porta con sé per un po’, e quasi desidera non pensare più a quel sogno spezzato. Ma non può farne a meno.
Probabilmente è questo tipo di stato d’animo che ha accompagnato coloro che in Cecoslovacchia avevano creduto nel sogno della “Primavera di Praga”, nella possibilità di realizzare, nella seconda metà degli anni ’60, un “socialismo dal volto umano”, il quale aveva la presuntuosa e abbagliante ambizione di creare un sistema comunista che rispettasse le libertà individuali, la storia e le tradizioni cecoslovacche.
Ma, appunto, il sogno fu spezzato.
Ed il risveglio fu segnato dal fracasso dei carri armati sovietici che invadevano la nazione, dalle epurazioni, dalle malcelate persecuzioni ai danni di coloro che proprio non riuscivano a rendersi conto di doversi definitivamente svegliare.
Ma era ancora possibile far sentire la propria voce? E in che modo?
Queste sono le prima domande a cui ho cercato di dare risposta attraverso la mia riflessione.
Una riflessione su quello che ha rappresentato quel particolare periodo storico per gli intellettuali, soprattutto per quelli cechi .
In particolar modo sono stati considerate con attenzione la figura e le opere di Milan Kundera, ed il suo personale modo di esprimere il dissenso riguardo ad un assetto politico e sociale che non ammette voci fuori dal coro.
Il disincanto di questo pensatore si esprime attraverso forme più o meno metaforiche e, spesso, cariche di ironia.
Ciò è evidente soprattutto nel momento in cui Kundera sviluppa quel suo particolarissimo stile personale, che è stato definito “romanzo-saggio”, nel quale egli alterna elementi tipici della letteratura con vere e proprie parentesi saggistiche.
Una scelta stilistica particolarmente marcata ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, un’opera a cui ho dedicato particolare attenzione.
Nel mio ragionamento poi, c’è il tentativo di mettere in luce come in effetti alcuni elementi delle opere di Kundera ribaltino, in un certo senso, il tradizionale concetto di romanzo letterario comunemente inteso.
Intendo riferirmi qui, tra i vari elementi rilevanti, a due temi narrativi;in primo luogo appare interessante il fatto che in questi scritti siano spesso i personaggi, attraverso le loro esperienze di vita, a fornirci il quadro storico-sociale in cui sono inserite le loro vicende, e non viceversa;
in secondo luogo notiamo come la promiscuità sessuale non venga mai condannata, dal momento che essa si manifesta probabilmente, come uno dei pochi dispositivi comportamentali a disposizione dei personaggi, per poter ritrovare un senso di identità perduta, di autonomia, di individualità.
Un mezzo insomma attraverso cui poter esprimere una forma di ribellione ad un regime che tenta invano di modellare gli individui a suo piacimento.
L’attenzione quindi è puntata anche sulla “insopprimibile leggerezza” di una libertà sempre presunta e agognata, ma mai conquistata del tutto.
Una libertà che viene assaggiata appena, assaporata per poco, ma della quale non si può più fare a meno.

LILIANA CASTELLO

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