venerdì 1 febbraio 2008

La crisi della coppia post-moderna

Si parla, spesso, della difficoltà dei genitori contemporanei di mantenere vivo un dialogo costante e formativo coi figli.

La stessa problematica, in realtà, si riproduce nei rapporti tra i coniugi. La coppia di oggi si giura ancora eterna felicità davanti a Dio (o davanti al sindaco), recita ancora la classica formula «ti amerò per sempre, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte, finchè morte non ci separi». Sull’altare le buone intenzioni ci sono tutte! Ma poi sono poche le persone che possono permettersi di dire: «Dopo tanti anni stiamo ancora bene insieme». Il fatto è che davanti agli innumerevoli problemi della vita quotidiana cadono anche i migliori propositi. Lo stress del lavoro, la difficoltà di far quadrare i conti a fine mese, i figli da allevare ed educare; senza contare, poi, le incompatibilità di carattere, i diversi interessi, le restrizioni degli spazi personali, le gelosie, i tradimenti e, non ultima, l’indisponibilità ad accettare le debolezze dell’altro. La crisi è in agguato! E ci si ritrova un giorno a scoprire che si convive con un perfetto sconosciuto o, peggio ancora, con il più acerrimo nemico. Ormai non ci si parla quasi più o lo si fa solo per insultarsi a vicenda. La vita di coppia è vissuta come una prigione; ci si sente in gabbia e si realizza di voler “volare via”. Lasciarsi sembra allora l’unica soluzione possibile. Ma i figli? A che livelli una scelta del genere si ripercuote sul loro carattere e sul loro equilibrio psicologico? Una cosa è certa: quando un’unione fallisce sono proprio i figli a soffrirne di più. Diverse, comunque, le reazioni: c’è chi si ritiene, ingiustamente, responsabile per non essere riuscito a tenere insieme mamma e papà; chi si sente tradito, abbandonato dal genitore che va via di casa; chi perde la fiducia nell’amore e matura l’idea che non sarà mai capace di legarsi profondamente a qualcuno; chi, al contrario, desidera crearsi al più presto una famiglia tutta sua, per supplire alle mancanze di oggi e per dimostrare a se stesso che l’anima gemella esiste davvero, che non è un’utopia coltivare un sogno d’amore. Accettare l’epilogo della storia d’amore tra i propri genitori è già difficile se si lasciano di comune accordo, da buoni amici; se poi la separazione è accompagnata da incomprensioni, rancori, ripicche tra gli ex innamorati, per i figli la situazione diventa davvero insostenibile. Uno di essi (di solito il padre) non è più presente costantemente nella loro vita e, anche se ciò non vuol dire che il genitore “uscente” non vorrà loro più bene, essi hanno bisogno di continue rassicurazioni a proposito. E, invece, sovente si trovano intrappolati in un cerchio d’odio: da una parte, la madre che chiede si schierino con lei ripudiando il padre; dall’altra, il papà che vorrebbe obbligarli ad odiare la madre rinnegando il loro diritto e il loro bisogno di amarla. Strumentalizzati, usati come arma di ricatto o come premi di una gara, testimoni impotenti dell’astio coniugale: questo, in genere, lo stato dei figli dei separati. Una posizione spiacevole ed ingiusta! Ma che vuol dire essere giusti con i figli? Cos’è meglio per loro? Forse preservarli dal trauma della separazione rimanendo insieme nonostante il rapporto si stia deteriorando? O, magari, vivere da separati in casa, mantenendo l’immagine di un’armonia familiare mentre, al di là della condivisione dell’appartamento, si conducono ormai due esistenze divise? Assolutamente no! Non si faccia l’errore di dire: «L’abbiamo fatto per i figli» perché nemmeno questo è bene per loro. Non si pensi che essi non si accorgano se le cose in casa non funzionano più o se si divide il letto con un altro partner. I figli intuiscono ogni minima sfumatura del rapporto tra i genitori e soffrono lo stesso anche se si vive ancora tutti sotto lo stesso tetto. A questo punto, meglio sapere di essere amati da due genitori che non si amano più e che non vivono più insieme, che vedere due che si obbligano ad una convivenza forzata ma che si scannerebbero volentieri l’un l’altro mentre si rinfacciano gli “stramaledetti” anni passati insieme o che, nel migliore dei casi, si considerano ormai degli estranei. Se il matrimonio fa acqua da tutte le parti, perché improvvisarsi idraulici quando non è questo il proprio mestiere? Ostinarsi a trascinare per anni una storia che non funziona è una battaglia persa che si porta dietro uno strascico di vittime non indifferente: mariti, mogli, figli, eventuali nuovi compagni. Si prenda atto che la situazione non va e si agisca con responsabilità e coerenza. Che i figli soffriranno è inevitabile ma un modo per indorare la pillola esiste! Non si cerchi di sminuire l’altro genitore ai loro occhi; non li si esasperi elencando di continuo tutti i difetti dell’ex; si accetti che essi hanno bisogno di mantenere un rapporto con entrambi e che non possono rifiutare un genitore per far contento l’altro. Insomma, i figli mica sono gli avvocati dell’uno o dell’altro genitore? Ma soprattutto, e questo vale per il genitore che lascia la casa, si continui a far parte della loro vita, si mantengano vivi i contatti. Perché se è finito l’amore per l’ex, non deve finire l’amore per i figli. Mariti e mogli possono separarsi tra di loro, ma padri e madri non si separino mai dai loro figli. Belle parole queste, ma non sempre, nella realtà, si traducono in fatti. Certo, ci sono ex mariti che non vogliono diventare ex padri: continuano a voler bene ai loro figli; non si sottraggono ai loro doveri; non smettono mai di elemosinare il diritto di vedere le loro creature per più di una volta ogni tanto (nelle cause di separazione o di divorzio, il tribunale stabilisce in genere che i figli rimangano con la madre). Ma ce ne sono anche tanti altri che insieme alla moglie rifiutano pure i figli: “spariscono” con la rottura del matrimonio e cessano di svolgere il loro ruolo, sia a livello affettivo che a livello economico. In questi casi, le madri affidatarie si ritrovano a dover mantenere da sole i figli; senza l’appoggio pratico né il conforto morale dell’ex marito. Per non parlare poi delle conseguenze della latitanza paterna sull’equilibrio psicologico dei figli. Al dolore connesso alla fine del rapporto tra i genitori, si aggiunge, qui, quello per l’abbandono da parte di uno di essi. Ma dove si trova il coraggio di far soffrire così il sangue del proprio sangue?

Antonietta Parmentola

BIBLIOGRAFIA

CAMPANA S., Gallo E., Il problema dei figli nella separazione, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

CIGOLI V., GALIMBERTI C., MOMBELLI M., Il legame disperante. Il divorzio come dramma di genitori e figli, Raffaello Cortina, Milano 1988.

NORDIO S., PIAZZA G., STEFANINI P., Diventar padri. La famiglia che si estende, i suoi simboli, il pediatra, Franco Angeli, Milano 1983.

OLIVERIO FERRARIS A., COSTABILE A., BELLACICCO D., SASSO S., Introduzione alla psicologia dello sviluppo, Editori Laterza, Bari 1999.

OLIVERIO FERRARIS A., Sarò padre. Desiderare, accogliere, saper crescere un figlio, Giunti, Firenze 2001.

SARACENO C., La famiglia nella società contemporanea, Loescher Editore, Torino 1983.

4 commenti:

Anonimo 85 ha detto...

Complimenti per gli articoli, e per il lavoro che svolgi, vedo che sei un'appassionata della materia antropologica, come mai? e ki ti ha invogliato ad aprire un bolg? Mi devo complimentare con la Sig.na Valentina Caruso per il suo lavoro e studio che porta avanti. Continua cosi e complimenti sinceri da Anonimo 85

Caruso Valentina ha detto...

grazie mille anonimo 85...un amico mi invogliò ad aprire questo blog ed è stato lo stesso a farmi appassionare alla materia antropologica...

anonimo85 ha detto...

Salve, volevo infrmazioni...riguardante una materia un pò particolare "la cammora" ed il suo significato in antropologia, mi può dare una mano?

Saluti
Anonimo85

Anonimo ha detto...

Ciao Vale!!! Finalmente ho visto il tuo blog1!!! E' bellissimo!!! E tu 6 bravissima!!! Se l'avessi visto prima, avrei scelto questo indirizzo!!! Brava!!! Enza