giovedì 3 gennaio 2008

Il Mosaico Generazionale

“…Avrai una donna acerba e un giovane dolore /
viale di foglie in fiamme ad incendiarti il cuore /
avrai una sedia per posarti e ore /
vuote come uova di cioccolato /
ed un amico che ti avrà deluso tradito ingannato (…)
Avrai discorsi chiusi dentro e mani /
che frugano le tasche della vita /
ed una radio per sentire che la guerra è finita /
Avrai avrai avrai /
il tuo tempo per andar lontano /
camminerai dimenticando /
ti fermerai sognando /
Avrai avrai avrai /
la stessa mia triste speranza /
e sentirai di non aver amato mai abbastanza…”
(Claudio Baglioni, “Avrai”, AncorAssieme, Columbia, 1992)


Aspettative, sogni, speranze e timori di un padre circa il futuro di suo figlio: questo il messaggio comunicato da C. Baglioni nella sua “Avrai”.
Musica, dunque, a servizio dei sentimenti. E quale sentimento più profondo se non quello che unisce un genitore alla sua creatura? Esiste esperienza più produttiva, più appassionante e ricca di senso di tale indissolubile legame? C’è cosa più meravigliosa del donare al mondo una vita umana?
Un vortice di sensazioni ed emozioni contrastanti si accompagna al rapporto genitori-figli. Partiamo dal primo termine del rapporto: se ci domandassero un parere sull’argomento, risponderemmo all’unisono che fare il genitore è il “mestiere” più bello e più complicato di questo mondo. Certo, non può che essere motivo di gioia rendersi conto di aver generato un nuovo essere umano, unico e irripetibile, frutto di un prodigio d’inimmaginabile grandezza, primo fiore della natura, prima meraviglia dell’universo, sapendo che le prime parole che esso pronuncerà saranno per noi e con la consapevolezza di essere gli arbitri del suo destino; che le nostre scelte e le nostre proposte, cioè, influenzeranno notevolmente il suo futuro, creeranno il suo avvenire, lo aiuteranno a diventare una persona e lo renderanno capace di vivere nel mondo. Ma quanti doveri, quante rinunce, quanti grattacapi in cambio di tali soddisfazioni! In verità, è facile diventare genitori: basta una notte d’amore. Il difficile è svolgerlo quel compito altissimo che richiede insieme generosità e senso di responsabilità. Il genitore perfetto, quello che non commette sbagli con i propri figli, di sicuro non esiste e mettere in conto qualche passo falso nella loro educazione è assolutamente normale (Freud affermava che gestire figli, alunni e popolo è compito ai limiti delle possibilità umane. E, ai suoi tempi, la società non era complessa quanto oggi!). Ma cercare di diventarlo resta un impegno preciso da cui non si può né si deve fuggire! Che un figlio diventi quindi il polo di tutte le nostre energie e di tutte le nostre risorse.
Consideriamo, ora, l’altro elemento della relazione, il figlio, quello che sente di avere degli obblighi nei confronti di chi lo ha messo al mondo e di dover rispondere ai benefici ricevuti con affetto riconoscente, con devozione, fiducia e rispetto ma che, in certe situazioni, vorrebbe gridare all’intera umanità: «Non l’ho scelto io di nascere. Siete voi che lo avete deciso e adesso assumetevi la responsabilità delle vostre azioni!» .
Insomma, sembra sia estremamente difficile far combaciare tutti i tasselli del mosaico “generazionale” ma se ci si riesce vien fuori un’opera meravigliosa, dal valore inestimabile! Si è ampiamente dimostrato, in effetti, che le relazioni intrafamiliari influiscono in modo determinante sul processo di sviluppo di un individuo e sul suo equilibrio psichico. Respirare un’aria serena in famiglia già dalla primissima infanzia è di sicuro un passo essenziale nella formazione di una personalità sana ed integrata. Per salvaguardare il sano sviluppo e la salute mentale di un individuo è necessario allora garantirgli, a partire dai suoi primi anni di vita, continue attenzioni, sicurezza e protezione, un clima affettuoso, un rapporto intimo e pieno di calore con una figura di attaccamento (Bowlby). Privazioni in tal senso possono disturbare il normale equilibrio di crescita e provocare effetti davvero disastrosi sullo sviluppo emotivo dell’individuo, tali da condizionarne negativamente l’intera esistenza.
“All you need is love” cantavano i Beatles qualche decennio fa e in effetti l’amore è il “nutrimento” ideale per ognuno e in ogni tempo (coccole, abbracci, carezze e rassicurazioni non passano mai di moda!). Ma è addirittura condizione indispensabile per un bambino. Lui che dell’amore ha fatto l’esperienza esistenziale nelle profondità della natura materna. Lui che è in cerca di una propria identità, non ancora capace di far fronte da solo ai pericoli e alle difficoltà della vita mentre si apre ad essa nelle sue prime incancellabili esperienze, mentre si prepara a fare il suo ingresso nel mondo. Lui che è un essere in evoluzione, insomma. Un essere che, per crescere sereno, sicuro, sufficientemente forte e fiducioso verso il mondo ha bisogno di sentirsi amato senza condizioni e di sapere che qualcuno lo considera un dono così prezioso da anteporre la sua felicità a tutto e a tutti, da sacrificarsi per lui, da dedicargli tempo e premure, da gioire per la sua gioia, da soffrire per il suo dolore. Perché amare vuol dire aprirsi all’altro, calarsi nei bisogni dell’altro fino a dimenticare se stessi. E perché non è felice un bambino che non ha mai conosciuto la sofferenza, ma quello che sente che non gli può accadere nulla perché chi lo ama lo protegge; quello che sa di avere accanto qualcuno che lo sostiene anche nelle situazioni difficili e che lo accompagna a superare angosce e paure. E da dove egli potrebbe attingere amore se non in seno alla sua famiglia? Non è stata già la sua stessa messa al mondo una scelta d’amore? Responsabili di tale scelta, ai genitori spetta allora l’arduo compito di aiutare e sostenere il bambino nel suo sviluppo psico-affettivo, come artefici del suo benessere futuro, guida per la sua autonomia e identità, primi organizzatori della sua personalità, modelli da imitare, insieme “mittenti” e “destinatari” d’amore. Proprio grazie ad essi il bambino impara a distinguere il bene dal male, sviluppa le sue virtù personali e sociali, struttura le prime modalità di approccio al reale, impara le regole di comportamento per inserirsi nella comunità civile e diventare “nuovo cittadino” della società umana. Sono essi che gli insegnano ad essere un uomo con idee ben chiare in mente, idee che trasmetterà a sua volta ai propri figli affinché la catena d’amore non si spezzi. Da essi attinge la forza o il disamore per la vita. Sono essi che lo aiutano a discernere l’effimero dal necessario perché la sua esistenza diventi degna e non semplicemente vivibile. Con essi stabilisce i primi, forti legami emotivi. Con essi acquisisce quei modelli di interazione sociale che influenzeranno la sua vita presente e futura. D’altra parte, la funzione della famiglia come centro di affetti non si esaurisce nei primi anni di vita di un individuo ma è presente lungo tutto l’arco della sua esistenza, protagonista dell’intera avventura umana. La famiglia rimane sempre, cioè, quel rifugio in cui ognuno cerca sicurezza, riparo, affetto; quel contesto privilegiato ove è possibile appagare il proprio bisogno di stare insieme, il proprio bisogno di “sentirsi parte di un Noi” (George Klein, 1976); il luogo naturale per sperimentare la bellezza e la forza della strategia d’amare; una palestra di allenamento e perfezionamento del proprio progetto di vita; una tappa di quella affascinante ma impegnativa corsa verso la vita che gli uomini di ogni angolo del mondo sono invitati (o costretti?) ad intraprendere. Da qui la necessità che una famiglia si basi su una certa stabilità affettiva, su pilastri solidi quali l’amore, la comprensione, la dedizione senza interessi e senza secondi fini, l’accettazione reciproca nonostante i difetti di ognuno. E un dialogo aperto e sincero, soprattutto: nessun libro, nessun manuale potrà offrire intuizioni sul modo di condurre l’educazione quanto il colloquio con i propri figli, condividendo paure, gioie, stupori, scoperte; gustando con loro il sapore del futuro. Tali fondamenta soltanto permettono la piena realizzazione e la libera crescita di ogni singolo componente della “cellula” famiglia.


Antonietta Parmentola


BIBLIOGRAFIA
ANTONINI F., PANSERA M.T., Corso di psicologia, Sansoni Editore, Firenze 1989;

BOWLBY J., Assistenza all’infanzia e sviluppo affettivo, Armando Editore, Roma 1973;
EMILIANI F., ZANI B., Elementi di Psicologia sociale, Il Mulino, Bologna 1998;
OLIVERIO FERRARIS A., COSTABILE A., BELLACICCO D., SASSO S., Introduzione alla psicologia dello sviluppo, Editori Laterza, Bari 1999;
SARACENO C., La famiglia nella società contemporanea, Loescher Editore, Torino 1983.

1 commento:

Anonimo ha detto...

complimenti a tutti coloro ke scrivono su questo blog...