mercoledì 31 ottobre 2007

Età Giolittiana

Nel 1901 Vittorio Emanuele III nominò Giuseppe Zanardelli Presidente del Consiglio dei ministri. Lo affiancava come Ministro degli Interni, Giovanni Giolitti. Era l'inizio dell'età giolittiana, che durò dal 1901 al 1914.Infatti Zanardelli, ormai vecchio e malato, lasciò a Giolitti le decisioni più importanti. Nel 1903, Giolitti divenne Presidente del Consiglio, carica che mantenne quasi sempre negli anni successivi. La situazione economica si era fatta più difficile ed i rapporti sociali erano divenuti più tesi con il dilagare degli scioperi nell'industria, nelle campagne e soprattutto tra i ferrovieri. Andava cosi evidenziandosi la ristrettezza delle basi del consenso al riformismo giolittiano. Offerto a Turati di entrare a far parte del governo e ricevutone un rifiuto per l'intransigenza dell'ala più radicale del Partito socialista, Giolitti dovette dare una svolta a destra. Di conseguenza anche la politica di alleanze mutò; il primo ministro cominciò a guardare con interesse ai cattolici allargando cosi l'area di consenso governativo bilanciando il vuoto creatosi a sinistra. Le elezioni del 1904 convocate a ridosso dello sciopero generale registrarono una netta vittoria di Giolitti ed un ridimensionamento della sinistra. A questo punto esaurita definitivamente la spinta riformatrice, Giolitti volse la sua attività politica verso il consolidamento dello stato, alleandosi con la grande industria e affrontando, ora con astuzia ora con durezza, il radicalizzarsi dello scontro sociale. L'esecutivo tendeva a trattare in prima persona, senza mediazione parlamentare, i patti conclusi con i centri di potere industriale e socliale svalutando il ruolo del parlamento. Dalla crisi degli anni 1909-1911 (causata dall'inasprirsi dello scontro di classe), Giolitti uscì con la convinzione che fosse necessaria una profonda modificazione del sistema liberale e della strategia di alleanze. Prima segno della nuova linea politica, fu la conversione di Giolitti ad una politica fortemente colonialista che portò alla Guerra italo-turca per la conquista della Libia. A spingere Giolitti verso il finanziamento dell'impresa furono soprattutto le forti pressioni dell'industria pesante e degli ambienti finanziari bancari. Altra scelta di rilievo, con cui Giolitti tentò di rispondere alle difficoltà del suo stato liberale, fu la riforma elettorale e soprattutto il Patto Gentiloni. Tuttavia la guerra libica, scatenando un intensa mobilitazione pacifista, fini per catalizzare tutti gli elementi di malessere e di ostilità verso la politica giolittiana. Il 10 marzo 1914 Giolitti fu costretto a dimettersi.
Il doppio volto di Giolitti
Giovanni Giolitti era un uomo politico molto pratico ed affrontò i problemi che l'Italia aveva di fronte con intelligenza, ma anche senza scrupoli. Celebre è la condanna pronunciata nei suoi confronti da Gaetano Salvemini, che lo definì ministro della malavita in quanto fece uso, per controllare le elezioni del Mezzogiorno, di ogni mezzo, lecito o illecito. Giolitti si difese sempre da questa accusa, sostenendo che si era solo adeguato al modo di fare politica de Sud e che in ogni caso, aveva utilizzato i voti del Sud per migliorare con delle riforme tutto il Paese, e non solo il Nord. Ma altrettanto famosa è l'affermazione di Benedetto Croce, secondo cui durante l'età giolittiana l'Italia passò un buon periodo, che il filosofo definì addirittura felice. L'età giolittiana coincise con il decollo della rivoluzione industriale in Italia. Grazie ai prestiti delle banche nacquero nuove e grandi aziende. Il protezionismo, poi, introdotto nel 1887, difese le industrie dalla concorrenza dei prodotti stranieri. I progressi maggiori si registrarono nell'industria elettrica, siderurgica e meccanica presente sopratutto nel triangolo industriale, formato da Torino, Milano, Genova. Nel settore automobilistico si affermarono la FIAT, la Lancia e l'Alfa Romeo.

Marco Di Lorenzo

Nessun commento: