domenica 1 aprile 2007

Arte e Cultura

Artigianato
Per rintracciare quanto di importante e autentico esiste nella tradizione artigianale napoletana, si può percorrere la Spaccanapoli, la lunga e stretta arteria che nasce sulla collina di San Martino e prosegue fino alla regione di Forcella e ai tribunali. Qui si sono formate intere generazioni di artigiani, accanto a venditori, rigattieri, poeti, principi. Il centro storico di Napoli ospita ancora numerose botteghe dove vivono e lavorano interi nuclei familiari di "pastorari", dediti alla lavorazione delle statuine in terracotta per il presepe. Capiscuola di questi artigiani sono <‘o cataro>, artista nella modellazione del primo Novecento, e <‘o scupatore>, addetto alla nettezza urbana per arrotondare il magro bilancio di artista-artigiano. Esistono per lo meno tre scuole di pastorari. Per la prima scuola il pastoraro produce statuine rozze, modellate alla buona. Per la seconda, più sensibile alla definizione plastica, gran parte dell’efficacia è data dal colore che conferisce al prodotto una patina di autenticità. Infine vi è una terza scuola ben definita, interprete di un’autentica napoletaneità, nei cui oggetti si ammansisce la forza plebea con magistrali ritocchi, fino a farle acquistare una voluta bonomia. Sulla strada di San Gregorio Armeno, quella dei pastori di creta, si conta l’illustre presenza di restauratori di statue in legno, prevalentemente di soggetto sacro, e di botteghe specializzate nel restauro dei pastori e altre i cui artefici, proseguendo una settecentesca tradizione napoletana, confezionano elaborati bouquets di fiori di seta. Inoltre nei pressi del Conservatorio di musica di San Pietro a Maiella è presente l’antica arte dei liutai, e, nelle vie che portano il nome dell’attività che ancora si pratica, vivaci sono le varie branche direttamente connesse all’arte degli orefici e argentieri. Il circuito dell’artigianato napoletano, soprattutto nel settore cuoi, pellame e abbigliamento, si dispiega anche nell’hinterland e nella periferia, dove ci sono migliaia di piccole attività decentrate.
La cittadina di Torre del Greco vanta invece un’antica tradizione di pesca e trasformazione artistica del corallo. Le "coralline" sono imbarcazioni che sin dall’età angioina e aragonese scandagliano il fondo marino con uno strumento intelligente chiamato "ingegno" per la raccolta dell’"oro rosso", il cui unico centro di lavorazione in Europa è proprio a Torre del Greco. La lavorazione del corallo si articola in due comparti essenziali: il primo, industriale, del "liscio" o "tondo e ritondo", è rappresentato dalle note gocce, sferette, olivette e cannette; il secondo, riferito al prodotto artistico inciso, richiede invece quella precisione di disegno, estro plastico e sicura incisione che lo trasformano in prodotto di qualità. Per quanto riguarda la formazione del personale, due sono le possibilità offerte da Torre del Greco: la via maestra della bottega, più immediata e pratica, e quella più articolata acquisibile presso il locale istituto d’arte. Inoltre a Torre del Greco, tradizionale è la lavorazione del "cammeo" delle pietre dure, della tartaruga, dell’avorio e delle conchiglie.
Dell’attuale crisi dell’artigianato campano, quella della ceramica vietrese è forse la più dolorosa in termini culturali, pari solo al prestigio che quest’arte era riuscita a raggiungere. Se la lunga storia è punteggiata di crisi di idee, di prodotti e di mercati, tuttavia gli intelligenti vietresi hanno formulato nuove proposte, alleandosi contro le tendenze xenofobe sempre presenti nell’ambiente artigianale.
Per quanto riguarda l’intarsio, si è passati da una lavorazione a carattere religioso ad una prettamente laica, sviluppatasi a Sorrento nella seconda metà del secolo per opera di Francesco Grandi, di scuola fiorentina. L’intarsio sorrentino è stato ricodificato con modelli ad effetti "pittorici" acquarellati dopo l’abbandono della lingua ferma dell’architettura, motivo che costituisce la ragione della sua debolezza odierna.
"La moda di Positano", figlia dell’intreccio turismo-artigianato della costiera amalfitana, ha sfruttato la presenza di vip internazionali per affermarsi con le sue "pezze", il più tipico prodotto del binomio fantasia-natura che queste terre stimolano nel turista. Si tratta di un artigianato dignitoso, pratico, popolare, ma capace di punte di snobismo e sofisticatezza.
A San Leucio (CE) il complesso produttivo e architettonico, voluto da Ferdinando di Borbone per l’avvio su basi proto-industriali della lavorazione della seta, e comprendente tutti i cicli di lavorazione, è un esempio di archeologia industriale di grande interesse, anche per la precocità nel panorama delle manifatture reali italiane. Attualmente, sparite del tutto le innumerevoli lavorazioni artigiane realizzate con i telai manuali, la produzione si è concentrata negli opifici, dove vengono usati telai meccanici che prevedono tuttavia, come fiore all’occhiello, alcune produzioni realizzate con quelli tradizionali a mano. La seta grezza, proveniente dalla Cina e dal Brasile, è esportata per il 70% sul mercato estero, verso gli Stati Uniti, la Francia e la Germania in prevalenza.

Gastronomia
Fantasia e apporti storici sono i pilastri su cui si regge e si è sempre retta la cucina partenopea. La regione il cui nome, Campania, deriva dal latino , possiede un territorio in cui si alternano in armonia valli, pianure e montagne e un clima influenzato in maniera sempre percepibile dalla presenza del mare, condizioni che le donano una vocazione agricola, caratterizzata da un’ortofrutticoltura di grande pregio.
Al primo posto assoluto c’è il pomodoro, nelle sue diverse produzioni, da quello di San Marzano, ideale per sughi e conserve a quello da insalata di Torre del Greco e del Salernitano. Vengono poi patate, cavolfiori, peperoni, le delicate cipolle dolci di Avella, i carciofi, i piselli, i fagioli e altro ancora. Altrettanto importante è la coltivazione della frutta: pesche, albicocche, ciliegie, prugne, fragole e coltivazioni particolari come le noci di Sorrento o le nocciole del Beneventano, che alimentano gran parte delle fabbriche di torrone di tutta Italia.
La Campania ha, nel settore dell’allevamento bovino, il singolare primato di accogliere la gran parte della popolazione nazionale di bufali, da qui la fama dei formaggi campani, a cominciare dalle mozzarelle di bufala e di mucca nelle diverse pezzature, da bocconcino a treccia. Un interessante modo di gustare questo prelibato formaggio è la "mozzarella in carrozza", cioè messa fra due fettine di pane inumidite nel latte, poi impanate e fritte. Vengono poi in ampia rassegna pecorini, ricotte, caprini, talvolta insaporiti da pimpinella, e tutta la famiglia delle provole e delle scamorze.
Ma come non parlare della pasta, su cui si è sbizzarrita per secoli la fantasia dei cuochi napoletani, creando nuove forme, i fusilli per esempio, e nuovi condimenti, dal semplice pomodoro e basilico al più complesso ragù, sugo che andrebbe messo al fuoco all’alba e lasciato andare molto lentamente fino all’ora di cena. E non si possono non menzionare i piatti che uniscono i prodotti del mare a quelli del campo, come gli spaghetti alle vongole veraci.
Dalla storia si apprende che i Napoletani mangiavano delle torte schiacciate di farina: chi abbia un giorno pensato di stendere su questa focaccia i prodotti più cari al popolo, i pomodori e la mozzarella, non si sa; però quello fu il giorno della nascita della pizza, il titolo di maggior gloria della cucina partenopea e l’ambasciatrice del nel mondo. Poi la fantasia ha sfornato ben 50 varietà del prodotto, tra cui vale la pena ricordare il calzone, in cui il disco di pasta viene farcito con prosciutto, mozzarella, ricotta e parmigiano grattugiato, quindi chiuso a mezzaluna e cucinato al forno.
I numerosi pesci recuperati nei golfi di Napoli e Sorrento e intorno alle isole, vanno a impinguare le grigliate miste con calamari seppie e crostacei di vario genere, precedute magari da una saporita, semplicissima impepata di cozze, che comporta la cottura dei mitili in poca acqua calda fino all’apertura delle valve, poi condite con succo di limone, prezzemolo tritato e un’aggiunta di olio crudo.
Simbolo della dolciaria partenopea è sicuramente la pastiera, dolce che veniva un tempo preparato soltanto nel periodo compreso tra l’Epifania e Pasqua. Su una base di pasta frolla si stende una farcitura composta di chicchi di grano bollito nel latte, frutta candita, uova, zucchero e acqua di fiori d’arancio, che viene cotta in forno e servita accompagnata dal celebre liquore di limone. Anche le sfogliatelle sono un elemento fondamentale, soprattutto delle colazioni napoletane. Sia per quelle ricce, di pasta sfoglia che per quelle di pasta frolla, il ripieno è costituito da ricotta fresca, frutta candita, cannella, vaniglia e altri ingredienti.

Folklore
La tradizione regionale si esplica al suo massimo livello in occasione del Carnevale, festeggiato veramente ovunque.
Ad Avellino ha luogo il Carnevale Irpino, che raggiunge il punto più alto con la , una manifestazione-rappresentazione, con gruppi in costume che inscenano un contratto di matrimonio in cui ciò che conta è la dote; l’azione è condotta da soli uomini, totalmente cantata e accompagnata dalla banda musicale.
Rimanendo in Irpinia, uno dei carnevali più antichi e caratteristici e sicuramente quello di Montemarano (AV): dalla domenica al martedì tutti, ma proprio tutti, si scatenano in tre giorni di "tarantella diabolica": cortei di persone che ballano al suono di fisarmoniche, tamburelle e finiscon per incrociarsi e festeggiare insieme nelle due piazze principali.
Nel cuore dell’Irpinia le maschere hanno espressioni particolarmente aggressive, rappresentando animali, diavoli, fantasmi dai ghigni spaventosi. Oltre a queste losche figure, a Santa Lucia (AV) si può ammirare la rappresentazione dei Dodici Mesi che sfila impersonata da dodici cavalieri che recitano e cantano strofe di antica origine, seguiti da stuoli di maschere che impersonano monaci, vescovi, cardinali, brigadieri della polizia.
A Capua (NA) ad aprire i festeggiamenti è Re Carnevale, che appropriandosi delle chiavi della città proclama lo Stato di follia, accolto da tutti gli abitanti della cittadina che si lanciano nella più sfrenata allegria fino al grande ballo di massa, previsto per Martedì Grasso.
A Trentinara (SA) i festeggiamenti si concentrano nel solo giorno del Martedì Grasso con una miriade di figure: primo tra tutti il popolano Zavo, che si presenta nelle vesti di un ricco e cerca di imitarne i modi, spendendo tutti i risparmi suoi e della moglie in scelleratezze e per questo condannato al rogo. Seguendo la tradizionale struttura della Canzone di zeza, entrano in scena altri due personaggi: i fidanzati Lucrezia e Tolle, che rinunceranno a sposarsi afflitti dai acerrimi contrasti tra le rispettive madri. E ancora, uomini travestiti da donne incinte e che partoriscono animali, preti, strani dottori, saraceni, in costumi ricavati da materiale di scarto.
A Prato Principato Ultra (AV) la tradizione religiosa è quella del Lancio degli angeli: due ragazzini vengono sollevati con delle carrucole, e sospesi nel vuoto recitano antichi versi propiziatori in onore della Madonna dell’Annunziata..
Una volta terminato il carnevale, arrivare alla Pasqua, e con essa ad altre manifestazioni folcloristiche, è un attimo.
Calitri (AV) celebra il Venerdì Santo con una suggestiva processione alle prime luci del giorno, accompagnata da salmi e canti popolari; le croci sono portate a spalla dai Fratelli della Congregazione dell’Immacolata Concezione, di bianco vestiti da capo a piedi, con un cappuccio sormontato da una corona di spine.
A Mirabella Eclano (AV) e Sessa Aurunca (CE) il Venerdì Santo ha luogo la Processione dei Misteri, con gruppi scultorei in legno e cartapesta che rievocano la Passione di Cristo.
Il Lunedì dell’Angelo è caratterizzato dalla <’ndrezzata> (intrecciata) di Brano d’Ischia (NA), che vede una ventina di uomini in costume inscenare tra loro una battaglia al ritmo dei tamburelli, rievocando forse gli antichi contrasti con i saraceni. A livello gastronomico invece, nelle campagne attorno a Napoli, si può gustare il , una tipica ciambella di farina, strutto e uova sode.
Nella domenica successiva al 22 giugno, a Nola (NA) si svolge la Festa dei Gigli, una manifestazione agreste dedicata a San Paolino, vescovo della città nel quarto secolo, riuscito a tornare a casa dopo essere stato imprigionato in Africa: il popolo lo accolse sventolando dei grandi mazzi di gigli, che la tradizione ha trasformato in altissimi obelischi di legno e cartapesta variopinti. Oggi queste costruzioni rappresentano le antiche corporazioni e vengono portati a spalla dai , sfilando per le vie di Nola al suono dei musici, che trovano posto sull’obelisco e coinvolgono un po’ tutti nelle danze.
Troviamo un altro obelisco a Fontanarosa (AV) il 15 di agosto: molto più leggero in quanto fatto di paglia, arriva a 30 metri di altezza e viene eretto nella piazza principale, evocando antichi riti di ringraziamento dei contadini per il raccolto.
Per la stessa ragione viene realizzato un obelisco di circa 15 metri di spighe di grano intrecciate anche a Flumeri (AV), che prende il nome di Giglio di San Rocco.
A Foglianise (BN) in occasione del ferragosto la Sagra del grano vede una sfilata di trattori ricoperti di paglia, seguiti da ragazzi nei costumi tradizionali.
E ancora festa campestre a Mirabello Eclano l’11 settembre, con la Festa del carro di paglia dedicato alla : il carro in realtà è ancora un obelkisco in paglia intrecciata, trainato da alcune pariglie di buoi e mantenuto in una specie di equilibrio per mezzo di corde dai campi fino al cuore del paese.
A settembre Napoli festeggia la Madonna di Piedigrotta tra il 7 e l’8, concedendo la possibilità ad usanze e tradizioni napoletane di esprimersi liberamente, almeno fino a mezzanotte, quando tutto si interrompe per dare spazio alla presentazione di nuove canzoni e musiche.
Il 19 invece si festeggia San Gennaro, quando si ripete il miracolo della liquefazione del sangue del santo davanti ai fedeli riuniti nel Duomo in preghiera. Lo stesso evento si ripete anche il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 16 dicembre.
In occasione del Natale a Baiano si svolge la festa del , per la quale un grosso castagno viene abbattuto sui monti e portato in città tra il frastuono dei mortaretti, della banda musicale e di potenti colpi di carabina. A fine giornata, viene dato fuoco all’albero.
A San Bartolomeo in Galdo (BN) e a Montevergine (AV) sui possono invece ammirare presepi rispettivamente locali e provenienti da tutto il mondo.


Valentina Caruso
piccolavale86@libero.it

Amerigo D'amelia
amerigoda@yahoo.it

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