giovedì 8 marzo 2007

Sport femminile nel fascismo

Non si può dire che all’avvento del fascismo (1922), lo sport femminile fosse inesistente, le donne italiane avevano partecipato alle Olimpiadi della grazia a Montecarlo. E, in Francia, una donna intraprendente aveva fondato una federazione atletica internazionale. Le operaie, nel tempo libero, avevano fondato dei circoli. Nel 23 venne fondata in Italia la FIAF (Federazione Italiana Atletica Femminile). Nel 1928 viene stabilita, con la carta dello sport, una regolamentazione sullo sport italiano e, il settore femminile, passa sotto il controllo del CONI che è ormai fascistizzato. Nell’ambito del CONI lo sport femminile continua ad essere praticato sino al 1930.
La donna sportiva piace. Dal ’30 in poi si dovettero fare i conti con la Chiesa che considerava lo sport d’ostacolo al matrimonio ed alla maternità, conseguentemente non si parlò più di sport vero e proprio ma di attività moderatamente sportiva. Lo sport era considerato come dannoso per la salute della donna. La GIL rivoluzionerà le cose, ritenendo che il popolo doveva essere forte non solo grazie agli uomini, ma anche grazie alle donne. Nelle Olimpiadi del ’36 si ottennero notevoli risultati.
Il primo ente ad occuparsi dell’attività fisica in periodo fascista fu l’ENEF (Ente Nazionale Educazione Fisica), seppur limitato dalla carenza di fondi e strutture, viene quindi istituita l’Opera Nazionale Balilla, che si occupava dei bambini dai 5 ai 18 anni. A livello universitario vi era il GUF (Giovani Universitari Fascisti). Venne in seguito fondata anche la GIL. GIL e ONB si differenziavano soprattutto per la diversità del fine dell’educazione fisica: di tipo prettamente militare nella prima e di miglioramento fisico generale la seconda.


Giuseppe Caruso
wambaleore@libero.it
Valentina Caruso
piccolavale86@libero.it

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