mercoledì 3 giugno 2009

IL MIO PUPO HA TRENT'ANNI

Il tratto di autostrada che l’adolescente deve (obbligatoriamente!) percorrere si può, ad un certo punto, ritenere concluso! E, nonostante lo stress “da spostamento”, egli è ben lieto di passeggiare, finalmente, per le vie di INDIPENDENZA, il paese più democratico che esista al mondo! Il guaio è che qualcuno non ha “azzeccato” l’uscita ed è giunto a diversa destinazione! Anche se pare che a lui l’equivoco non dispiaccia affatto! Anzi, mentre noi ci preoccupavamo di quanto si potesse sentire a disagio, confuso, in un territorio differente da quello programmato, lui si divertiva a visitare i posti più caratteristici di… MAMMONIA! Ecco, a proposito, il testo dell’e-mail che ci ha spedito: «Qui va tutto a meraviglia. Il paese è bellissimo e la gente sempre molto cordiale. E’ stata proprio una fortuna quel giorno deviare la strada! E sapete, a volte ho come l’impressione di aver già vissuto tutto questo. Una specie di déjà-vu, direi. Adesso vi devo lasciare. Un saluto dalla splendida Mammonia».
Mammone e contento, risulta proprio il caso di dire! Ed, infatti, non è esiguo il numero di uomini che, pur essendosi lasciati l’infanzia alle spalle da un bel po’, sembrano non avere alcuna intenzione di “abbandonare” la loro mamma. Sono quelli che, alla soglia degli “anta”, vivono ancora presso la famiglia d’origine: «E chi mi schioda più da qui! Sto così bene in questo autentico paradiso di convenienza e comodità! Chi me lo fa fare di accollarmi nuove responsabilità quando a casa c’è mamma che mi accudisce, mi vizia e mi stira ancora le camicie?». O quelli che, anche dopo il matrimonio, continuano a telefonare alla “mammina” mille volte al giorno, corrono da lei appena possono e non fanno niente senza prima aver ascoltato i consigli di “mammà”! Tutte premure che, d’altra parte, ella non disdegna assolutamente, dispensando pareri e suggerimenti a volontà! Come si giustifica questo tipo di mammone? «Di mamma ce n’è una sola e perciò voglio restarle “attaccato” il più a lungo possibile». «Anche a costo di correre il rischio che tua moglie si stanchi di dover sempre competere con una suocera invadente e seccatrice e si senta costretta ad importi il classico aut-aut: o lei o me?» gli diciamo noi.
Gli uomini che abbiamo inserito nella prima categoria pare proprio non vogliano staccarsi dalla sottana materna per ragioni pratiche più che affettive. Non hanno il problema di mantenere una famiglia o di trovare un nuovo appartamento. Mantengono un alto grado di libertà e nessuno impedisce loro di uscire la sera o di tornare la mattina dopo. Perché, allora, rinunciare ad un ménage tanto vantaggioso? Nel secondo caso, invece, è diverso. E più complicato, anche. Il motivo? Si tratta di individui psicologicamente immaturi, che non sono mai riusciti a superare quel famoso complesso di Edipo su cui tanto si espresse Freud! Certo, è stato ampiamente dimostrata l’importanza dello stabilirsi del più intenso rapporto affettivo possibile tra madre e figlio. Ma il problema nasce nel momento in cui tale sentimento si fa morboso e perdura oltre l’infanzia e le tempeste dell’adolescenza, non consentendo al giovane uomo “complessato” di svincolarsi dalla sua mamma “calamita”. Una donna che si è identificata totalmente col suo ruolo di madre, che ha sempre voluto dimostrare di essere la migliore e che non sopporta l’idea che altri (ed altre, soprattutto!) prendano il suo posto nel cuore del “figliolo”. Un consiglio? Provi ad ammettere che è proprio per il bene del suo “bambino” che dovrebbe avere la sensibilità e l’intelligenza di capire quando è ora di farsi da parte. Perché tanto un figlio maturo l’amerebbe anche se vivesse a tre isolati di distanza!

ANTONIETTA PARMENTOLA

BIBLIOGRAFIA

BOSZORMENYI-NAGI I., ZUK G.H., La famiglia: patologia e terapia, Armando Editore, Roma 1970.
BOWLBY J., Assistenza all’infanzia e sviluppo affettivo, Armando Editore, Roma 1973.
BOWLBY J., Cure materne e igiene mentale del fanciullo, Giunti-Barbera, Firenze 1957.
BOWLBY J., L’attaccamento alla madre, Vol. I di “Attaccamento e perdita”, Boringhieri 1979.
BOWLBY J., La separazione dalla madre, Vol. II di “Attaccamento e perdita”, Boringhieri 1979.
EMILIANI F., ZANI B., Elementi di Psicologia sociale, Il Mulino, Bologna 1998.
GINOTT H. G., Adolescenti e genitori, Garzanti Editore, Milano 1970.
OLIVERIO FERRARIS A., COSTABILE A., BELLACICCO D., SASSO S., Introduzione alla psicologia dello sviluppo, Editori Laterza, Bari 1999.
RUTTER M., Cure materne e sviluppo psicologico del bambino, Il Mulino, Bologna 1973.
SARACENO C., La famiglia nella società contemporanea, Loescher Editore, Torino 1983.

POLIANDRIA

Munasterio 'e Santa Chiara...
'Nchiuse dint'a quatto mura,
quanta femmene sincere, si perdévano ll'ammore,
se spusavano a Gesù!

Funtanella 'e Capemonte...
mo, si pèrdono n'amante,
giá ne tènono ati ciento...
ca, na femmena 'nnucente, dice 'a gente, nun c'è cchiù!
GALDIERI, BARBERIS (MUNASTERIO ‘E SANTA CHIARA)


La poliandria indica la condizione di una donna con più partners uomini. È una condizione sconveniente dal punto di vista della selezione naturale, visto che una donna può essere fecondata da un solo uomo alla volta; non a caso la poliandria è di solito condannata più duramente del corrispettivo maschile della poliginia. La poliginia infatti è si compromettente per il gruppo sociale in quanto un solo uomo si aggiudica più donne, ma l’eventuale invidia soggettiva non mette in discussione l’oggettiva possibilità da parte di quell’uomo di fecondare tutte le sue donne e quindi portare avanti la specie, pur se in maniera eccentrica. La poliandria invece è un lusso che mette in pericolo tanto la procreazione che gli equilibri psicosociali di un gruppo; oltre tutto, la poliginia è legata in varie culture allo status sociale di un uomo che mostra il proprio potere e la propria vis pretendendo più di una compagna (capi tribù, monarchi, uomini di spettacolo seguono tutti questa stessa logica). Posto che più o meno ovunque le donne si vedono rifiutare l’accesso a ogni forma di potere, è ovvio che proprio la possibilità di mostrare un eccesso di potere attraverso la poliandria è loro preclusa. La poliandria è troppo vicina al tradimento, all’impossibilità di stabilire la paternità della filiazione e quindi dare un referente vivente ai vincoli simbolici stabiliti da matrimoni ed alleanze. Come già il tradimento femminile e la perdita della verginità pre-matrimoniale mettono in pericolo la ragion d’essere delle società patriarcali, così la poliandria è un’iperbole troppo rischiosa per essere ipotizzata: il figlio di una donna con più uomini non può e non deve avere più di un padre. Mater semper certa est, pater numquam chiosavano i latini duemila anni fa…
Eppure, uno dei corollari alla diffusione del mitema della donna dominante è proprio il cambiamento della concezione di poliandria: se prima una donna con più uomini era considerata immancabilmente una prostituta o giù di lì, oggi non sono affatto rare le donne che vantano pubblicamente più di una relazione. Se la condizione femminile in società sta cambiando, grazie anche alla sovra-popolazione degli agglomerati umani che rende secondario il rischio di riduzione della natalità, la poliandria pian piano sta diventando uno status symbol per donne non a caso sempre più potenti ed influenti sul piano politico-economico, culturale, simbolico.
Possiamo distinguere due tipi di mitema riguardo alle donne con più uomini: una poliandria sincronica e una poliandria diacronica. Intendiamo con sincronica una relazione con due o più uomini contemporaneamente, a carattere quindi quasi orgiastico. Una poliandria diacronica è invece una sorta di versione soft del mitema, in cui una donna ha relazioni con più uomini ma non necessariamente in contemporanea.


DARIO CAREGNATO

sabato 2 maggio 2009

LA TRANCE DI POSSESSIONE

L’ambito dei rapporti uomo-spiriti è un’area molto frequentata e da tempo lo spiritismo e la trance di possessione sono modi per entrare in contatto con l’«altro». Nell’ottica etnocentrica dei primi studiosi e dei missionari i culti di possessione sono stati visti come espressioni di superstizione, esempi di ingenuità e di limitatezza, oppure come testimonianze dei poteri miracolosi della psiche umana, in grado di attingere una non meglio precisata «sfera sovrumana». La ricerca su campo ha poi consentito di focalizzare l’attenzione sui dati concreti, così il discorso si è spostato dal campo della cosiddetta «mentalità primitiva» a quello del contesto culturale e storico, analizzabili con l’indagine scientifica. La trance di possessione è una testimonianza della validità delle credenze negli spiriti, mentre sul piano rituale può strutturarsi come culto, rappresenta una forma di comunicazione tra il mondo reale dell’uomo con quello speculare degli spiriti. Tali credenze sono correlate alla povertà delle conoscenze e all’impossibilità per l’uomo «primitivo» di fronteggiare le difficoltà della vita; quindi, all’esigenza d’instaurare un rapporto con le entità superiori al fine di manipolarne forza e volontà con rituali appropriati e procedimenti simbolici. Una seconda corrente interpretativa considera le credenze negli spiriti come un modo pre/scientifico per dare senso all’esistenza stessa dell’uomo. Il mondo degli spiriti è variegato e molteplice, composto di categorie diverse non solo per aspetto, funzioni, ma anche per «natura». Alcuni sono malevoli, altri fondamentalmente benevoli ma pronti a colpire, se trascurati o offesi. Quindi, il comportamento corretto nei loro confronti può essere esorcistico, espellendoli per non avere assolutamente rapporti con loro, oppure adorcistico, stabilendo un’alleanza permanente. Tutto ciò avviene mediante l’opera di medium, guaritori , «maestri» della conoscenza. La trance di possessione può essere la base e il fulcro di un culto a predominante carattere terapeutico, sulla clientela che è specificamente femminile. Forse la trance di possessione potrebbe essere considerata come un elemento indicatore della rigidità sociale, almeno nel senso che la sua assenza indica una struttura flessibile della società. È più significativo considerare la trance di possessione un mezzo, per costringere il sistema ad allentare il suo controllo sull’individuo; scaricando le responsabilità sugli spiriti, il singolo riesce a modificare la sua posizione rispetto al gruppo. La trance di possessione è certamente uno strumento di cambiamento, usato dalle persone che più soffrono di non potere modificare la loro vita nelle condizioni normali, essendo membri di società dove il controllo sociale è rigido.

Possessione

La malattia è concepita come un «attacco» esterno, di cui la persona è vittima, e tale è la premessa ideologica dell’esperienza della possessione, attribuita agli spiriti ancestrali già noti (tuur) o ignoti (rab). In particolare i disturbi della sessualità (impotenza) e della maternità (sterilità, aborti, gravidanze isteriche), le morti precoci dei figli, specie se ripetuti, i conflitti nell’ambito della vita matrimoniale e familiare (divorzi, litigi coniugali, rivalità e gelosie), come anche diversi disturbi di natura psicosomatica, allucinazioni, apatia, inappetenza o vomito, sono tutti interpretati come rab o tuur. La malattia, dunque, si manifesta come impedimento, blocco delle funzioni biologiche e riproduttive, mentre il corpo, sottratto ai suoi ritmi naturali, diventa il ricettacolo dello spirito ancestrale. La sua presenza è rivelata dai sogni e dalle visioni della persona malata mediante le tecniche divinatorie. Quando un disturbo non scompare, nonostante le cure della farmacologia tradizionale a tutti nota, allora esso indica una «presenza» estranea. Allora il primo atto della terapia consiste nell’identificazione, cioè nella nomina, del rab in questione e dal suo trasferimento dal corpo della vittima da lui «attaccata» all’altare, che verrà piantato nel cortile della casa della paziente o della guaritrice. La possessione e la trance di possessione sono elementi che si verificano nell’ambito del rituale ndöp, il più solenne e spettacolare dei tre riti (samp, tuur, ndöp) dedicati al culto degli antenati. Il rito ndöp, che può essere di tre o sette giorni, viene celebrato per la malata nel cortile della concessione in cui vive, dove sono piantati gli altari dei suoi tuur, e dove affluiscono parenti, vicini, amici. Prevede una fase preparatoria con l’installazione nella casa della paziente della ndöpkat, dell’assistente, dei suonatori di tamburi, a cui segue la sera stessa l’apertura ufficiale del rito, scandita dalle invocazione agli spiriti ancestrali. Il giorno seguente inizia con una fase «segreta» che vede di fronte guaritrice e malata: la prima focalizza tutte le sue attenzioni sul corpo di costei con bagni, carezze, massaggi. In questa atmosfera di tenerezza la malata pronuncia il nome del rab che l’ha «attaccata»: in questa scena esoterica si ritiene che il vero protagonista sia il rab, che sia lui a presentarsi, pronunciando il proprio nome per bocca della vittima. Il rito inizia con la «discesa» ufficiale dello spirito e termina con la fondazione dell’altare a lui dedicato. Il primo atto di questo processo è il trasferimento dello spirito dal corpo della malata a quello dell’animale sacrificale (montone o bue): la donna, distesa sulla vittima coricata a terra, stringendosi a lei con tutte le sue forze, la tiene per le corna, mentre la ndöpkat la ricopre con dei tessuti tradizionali (pagne). Intorno il gruppo danza, intonando il canto in onore della malata; la donna inizia a muoversi contro il corpo dell’animale, poi, liberata dai pagne, si solleva muovendo le braccia fino ad alzarsi e a danzare. Ella appare come rinata, il suo fisico ha riacquistato forza e agilità. La sua simbolica morte e rinascita dev’essere, tuttavia, perfezionata col sacrificio dell’animale: seduta in groppa alla vittima, è bagnata del suo sangue e ne beve un poco. Più tardi polsi, caviglie e vita le sono avvolti con le viscere dell’animale, mentre sul capo, a mò di cappuccio, le viene posta una parte dello stomaco rovesciato. La fondazione dell’altare segna la definitiva trasformazione dello spirito ancestrale persecutore in essere tutelare e benevolo, custodito nel cortile della casa familiare e oggetto di offerte settimanali. Ai piedi dell’altare è ora posta una parte della carne della vittima, mentre il resto è consumato dai presenti al termine delle danze che concludono il rito. La donna dall’inerzia è passata al movimento, dall’inappetenza alla consumazione del pasto rituale, dall’assenza sociale alla collaborazione nella fondazione dell’altare. Con il rito c’è il passaggio iniziatico dello status di malata a quello di adepta, la possibilità da adepta a terapeuta. Partecipando per sette giorni alle danze e alle stance di possessione,l’adepta ne apprende le regole. La «scuola» presso una ndöpkat può dotarla di quel patrimonio di conoscenze (farmacologia, tecniche del corpo, procedure rituali) che le faranno acquisire il nuovo ruolo di ndöpkat, cioè di guaritrice.

Riti di afflizione

I culti terapeutici focalizzati sulla trance di possessione sono strutturati su un modello che contempla la presenza di alcuni elementi. Prioritaria è la credenza in spiriti di rivelare la propria identità, nel corpo degli uomini, o mediante un disturbo facendo cadere in trance una persona. L’identificazione segna il punto iniziale del processo ed è operata da uno specialista (indovino, guaritore) con tecniche diverse: l’anamnesi personale e familiare della persona «attaccata» fornisce utili indicazioni per la comprensione del «caso». L’identificazione è finalizzata all’epifania dello spirito, che avviene durante la trance di possessione quando egli «cavalca». A sua volta, la persona posseduta è «attaccata», «cavalcata», vittima di un attacco esterno, oggetto di conquista.
Il rapporto di dominazione/subordinazione trasforma la comparsa dolorosa dello spirito in evento atteso in un contesto rituale. La stipulazione del nuovo rapporto di alleanza è sancita dal sacrificio. L’immolazione della vittima è l’atto fondante del culto, perché il sangue dell’animale sacrificale non è solo simbolo del sangue del sacrificante ma anche del «sacrificio» dello stesso spirito. Questo «sacrificio» non si configura come cacciata o annullamento della presenza «altra» ma come spostamento simbolico dal corpo della vittima in un altare o ricettacolo. L’istituzionalizzazione del rapporto uomo/spirito, come rende lo spirito oggetto di culto, trasforma il malato o posseduto in adepto, membro di un’associazione culturale. Talvolta l’adepto funge da assistente del guaritore o maestro del culto, funzione che può aprirgli la strada all’attività terapeutica. Il culto può essere eseguito ogni volta che sia considerato necessario per qualcuno. La finalità è di venire a patti con l’agente della malattia, per ristabilire l’ordine con una serie di atti e scambi simbolici. I rituali terapeutici finora considerati sono caratterizzati dalla trance identificatoria o trance di possessione. Col termine «crisi» si intende indicare il passaggio dallo stato normale a quello di trance, quando la fase conclusiva della trance, il ritorno alla normalità. La trance di possessione indica l’identificazione tra l’uomo e lo spirito; la fase iniziale è marcata da un processo di perdita d’identità: l’iniziando è come un neonato, è in attesa di assumere la personalità dello spirito. È questa trance iniziatica a trasformare la persona, ad orientarla verso gli dei, nella dimensione del sacro.

La musica nella possessione

I rituali di afflizione sono «un’orchestrazione di azioni e oggetti simbolici in tutti i codici sensoriali, piena di musica e di danza e con interludi di giochi e di divertimento». Nei culti di possessione il corpo è l’elemento focale, con i suoi movimenti narra l’esprimersi e l’andare via di spiriti. All’inizio la somministrazione di bevande a base di erbe, alcolici e allucinogeni, provoca uno stato ipnotico e un affievolimento delle facoltà razionali. Segue talora il trattenimento del maternage, quell’insieme di gesti sul corpo della persona malata, come massaggi, lustrazioni e carezze, che induce uno stato di vuoto, di abbandono fiducioso e infantile, particolarmente propizio alla nomina, apparizione e incorporazione dello spirito. La musica accompagna sempre la trance, tutti i tipi di strumenti possono essere presenti e nessun sistema ritmico è specifico della trance. Oltre ai canti d’invocazione degli spiriti, sono inclusi i canti profetici. La danza costituisce l’aspetto coreografico della divisa ed esprime, mediante il movimento, la personalità del dio. Una parte della musica è eseguita dai musicisti, che sono dei professionisti, non degli adepti del culto. Le invocazioni, i ritmi battuti con le mani sono eseguite dai musicanti, cioè dagli adepti e dagli spettatori. La musica non è mai suonata dai posseduti, ma per i posseduti. Chi è in stato di trance non è in grado di eseguire alcun repertorio musicale ma è, anzi, dominato dalla musica, sottoposto al richiamo degli dei e dei loro ritmi. Perciò, «il posseduto non è né musicista né musicante, bensì musicato». La danza assolve sempre una funzione catartica, di liberazione e di scarico delle tensioni. Si aggiungono in taluni culti degli elementi specificamente «teatrali». Orchestre di tamburi e viole, ritmare di nacchere, insegne, abbigliamenti e ornamenti particolarmente ricchi e vivaci, sono già tutti elementi teatrali. Lo spazio «sacro» è talora reso scenografico con altari, disegni sacri tracciati sul terreno. Lo stesso pubblico costituisce di per sé un auditorio. Come distinguere, allora, una possessione autentica da una inautentica? Forse distinguendo tra «teatro vissuto» e «teatro giocato». Ma la stessa autenticità può configurarsi ambiguamente come suggestione, possibilità di coinvolgimento automatico, di «contagio», prodotto dall’atmosfera fortemente emotiva del rituale.


VALENTINA CARUSO



BIBLIOGRAFIA: “ombre divine e maschere umane”Mariannita Lospinoso Liguori editore

L'ESORCISMO

L’esorcismo è una parola suggestiva, suscita paure e curiosità. Appare come una misteriosa realtà che evoca mondi occulti, scontri singolari con l’invisibile, accende la fantasia e suscita perplessità.
In realtà che cos’è?
Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (n.1673) :
“ Si parla di esorcismo quando la Chiesa domanda pubblicamente e con autorità, in nome di Gesù Cristo, che una persona o un oggetto sia protetto dall’influenza del Maligno e sottratto al suo dominio”.
Un’ intimazione, cioè un preciso comando rivolto a satana da un sacerdote incaricato dalla chiesa in nome e per la potenza di Gesù Cristo, perché si allontani e smetta di nuocere alle persone redente dalla passione e morte di Gesù. Ha iniziato a praticare gli esorcismi Gesù stesso, sono proseguiti poi, per Sua disposizione, nella Chiesa dalla primitiva comunità dei credenti fino ad oggi.
Il Papa Giovanni Paolo II nella sua Catechesi del 3 giugno 1998 ha detto testualmente:
“ Gesù ha iniziato nel deserto la lotta contro Satana e l’ha proseguita per tutta la vita. Una sua tipica attività è stata proprio quella dell’esorcista”
Gli evangelisti Luca e Marco riportano che il Signore cacciò sette demoni da Maria di Magdala. San Matteo racconta che a Cafarnao, “ Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed Egli scaccio gli spiriti con la sua parola….” (Mt 8,16) . nel vangelo di Luca è il Signore che dice: “ Se invece io scaccio i demoni con il dito di Dio è dunque giunta a voi il regno di Dio” (Lc 11,20) .
Quando Gesù domandò all’indemoniato di Cerasa : “ come ti chiami?”, questi gli rispose : “ Mi chiamo Legione perché siamo in molti” (Mc 5,9). Allora chiesero a Gesù di potersi “ rifugiare” in un branco di porci che si trovava nei dintorni e Gesù lo permise; i demoni entrarono nei porci e l’intero gregge che era composto da 2000 capi si precipitò da un dirupo nel mare e affogarono (cfr Mc 5,9-14) .
I demoni vengono delineati nei testi sacri come esseri personali ed intelligenti, possono parlare e udire. Riconoscono i veri credenti e si fermano davanti all’autorità di Gesù e della sua Chiesa. Tutte queste manifestazioni, però, si rivelano quando sono presenti “ dentro” una persona. Possono essere espulsi dal possesso di una creatura per mezzo della preghiera di liberazione o esorcismo.
L’esorcismo è il sacramentale istituito dalla Chiesa e può essere praticato soltanto da sacerdoti, che abbiano ricevuto un espresso mandato dal loro Vescovo. Il rituale esorcistico, secondo il presidente dell’Associazione internazionale esorcisti, padre Gabriele Amorth, consiste in “una preghiera per liberare persone, oggetti, case dall’influenza o dalla possessione diabolica…”. Ogni diocesi dovrebbe avere perlomeno un esorcista, nominato dal vescovo. La durata di un esorcismo è variabilissima. La liberazione “totale e completa “ però, che tutti affannosamente ricercano e vogliono conseguire in fretta non esiste. La speranza di trovare sulla faccia della terra un uomo santo che, con un gesto sul corpo del paziente strappi rapidamente e per sempre ogni presenza malefica, è vana.

Vecchio rito (in latino)
Exorcísmus
“In nómine Iesu Christi Dei et Dómini nostri, intercedénte immaculata Vírgine Dei Genitríce Maria, beáto Michaële Archángelo, beátis Apóstolis Petro et Paulo et ómnibus Sanctis, et sacra ministérii nostri auctoritáte confisi, ad infestatiónes diabólicæ fraudis repelléndas secúri aggrédimur. Exorcizamus te, omnis immúnde spíritus, omnis satánica potéstas, omnis incúrsio infernális adversárii, omnis légio, omnis congregátio et secta diabólica, in nómine et virtúte Dómini nostri Iesu + Christi, eradicáre et effugáre a Dei Ecclésia, ab animábus ad imáginem Dei cónditis ac pretióso divini Agni sánguine redémptis +….”


NUOVO RITO DELL’ESORCISMO

Ha suscitato molto interesse, anche nei mezzi di comunicazione, la presentazione del “ Nuovo rito degli esorcismi” effettuata il 26 febbraio 1999 dal Cardinale Arturo Medina Estevez.
Le innovazioni essenzialmente stabiliscono, prima di effettuare il rituale, se necessario, il ricorso ad altre figure specialistiche come quella dello psicologo e dello psichiatra, purchè cattolici. L’esorcista, da ora in poi, “deve usare circospezione e prudenza; non deve credere vessato dal diavolo chi invece soffre di una qualche malattia psichica”
In realtà la formula del vecchio Rituale risale al 1614. nulla cambia riguardo alla sostanza teologica della dottrina della Chiesa. La nuova formula ha alleggerito il linguaggio ampolloso e prolifico della vecchia formula.
Confrontiamo il testo d’inizio delle due formule.
L’inizio del nuovo rito recita :
“ io ti esorcizzo, nemico della salvezza dell’uomo. Riconosci la giustizia e la bontà di Dio Padre, che giustamente condannò la tua superbia e la tua invidia : esci da questo servo di Dio, che il signore creò a sua immagine e somiglianza.”
Il vecchio rito invece continua così:
“ Noi ti esorcizziamo, spirito immondo, potenza satanica, invasione del nemico infernale, legione, riunione e setta diabolica…”

Si richiede, col nuovo rituale, agli esorcisti la “certezza morale di possessione diabolica” prima di praticare l’esorcismo L’intimazione in nome della Chiesa e con la potenza di Gesù Risorto ha sempre la sua efficacia.
Ci vuole l’intimazione della Chiesa, ma anche un atto profondo di fede nel Signore Gesù, che si tramuti poi in conversione sicura in Lui.
Ordinariamente, dopo aver scoperto che la speranza nei maghi è vana e anzi dannosa, nasce l’orientamento verso gli esorcisti. Parte così la corsa affannosa verso i sacerdoti incaricati dalla Chiesa, con la conseguente ricerca di scoprire quale, fra i tanti, sia il più forte.


I FALSI ESORCISTI.

L’ufficio di esorcista non può esercitarsi se non da chi è autorizzato dal proprio Vescovo, e suole essere un sacerdote. Gli altri non possono fare gli esorcismi. Eppure ci sono degli uomini e delle donne che si permettono di fare questo. I falsi esorcisti, oltre a far male, si mettono in pericolo di essere maltrattati dal demonio.


CHIARA MARCARI

martedì 7 aprile 2009

COME AGISCE SATANA

Il capo dei ribelli fu Lucifero(meglio conosciuto come Satana, che sta a significare nemico) e quindi divenne il più orribile, perdette la sua bellezza, ma non la sua intelligenza e la sua potenza; così pure i suoi seguaci. Passare dalla somma felicità al sommo dolore, fu per i demoni il colmo della disperazione. Non potevano rassegnarsi a tanta perdita, l’odio contro la Divinità punitrice cominciò a divorarli; tanto che stabilirono di vendicarsi, non di Dio direttamente, essendo ciò impossibile, ma delle sue creature, col tentarle a ribellarsi al Creatore, affinché un giorno potessero anche loro cadere nell’inferno.
I demoni, essendo puri spiriti, cioè intelligenza e volontà, sono invisibili; ma hanno il potere di agire sulle cose materiali ed anche di prendere forma sensibile, di uomo, di donna, di animale ecc.
Il demonio ha il potere di suggerire il male, può tentare, ma giammai può costringere la volontà altrui a peccare, diversamente l’uomo non sarebbe libero; infatti il Signore ha dato all’uomo il libero arbitrio, capace di determinarsi al bene o al male.
La prima e maggiore astuzia del diavolo consiste nel negare se stesso e il maggiore presupposto perché possa raggiungere i suoi obiettivi sta nel far re mettere in dubbio o negare la sua esistenza.
Nella sua lotta contro l’uomo, l’avversario, il diavolo, esercita un’attività ordinaria, la tentazione che comprende:
1. I DESIDERI CARNALI: ci troviamo nella condizione di dover combattere i desideri della carne, che contrastano quelli dello spirito.
2. IL MONDO: un altro fronte di battaglia, ed ogni giorno più forte, è quello che ci presenta il “mondo”, ma questo non considerato come la creazione in sé, ma, piuttosto, come quell’ insieme di criteri, scopi, ideali, valori, ecc. che vengono valorizzati e adottati secondo i dominatori che si vanno imponendo attraverso i mezzi di comunicazione sociale e per mezzo di qualsiasi altro sistema che ci voglia imporre idee, comportamenti, atteggiamenti, ecc.., e che ci inducono al peccato, all’allontanamento da Dio e dalle sue leggi.
3. LA TENTAZIONE DIABOLICA: ci sono tentazioni che sono provocate direttamente dal demonio. Ricordiamo, per esempio, quelle di Gesù nel Deserto . “ … di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: -tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai- ma Gesù gli rispose: - Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a Lui solo rendi culto-. Allora il diavolo lo lasciò ed ecco gli angeli gli si accostarono e lo servivano.”( Mt 4, 1-11). Le tentazioni provocate dal maligno possono essere riconosciute per la loro sottigliezza, l’astuzia con cui vengono indotte, per la loro forza ed insistenza, oltre che per il modo improvviso e violento con cui generalmente si presentano.
4. OPPRESSIONE DIABOLICA : per oppressione s’intende l’influsso del demonio su di una certa area comportamentale o spirituale di una persona. Quando una persona subisce attacchi impulsivi ed opprimenti in un aspetto del suo comportamento personale, per desiderio assolutamente irrefrenabile di droga, alcol, ecc..,può darsi il caso di una forma di oppressione.

E un ‘attività straordinaria, che comprende tutta una gamma di disturbi malefici, di varia gravità e natura:
1. DISTURBI ESTERNI : sofferenze solo fisiche (battiture, flagellazioni, urtoni con varie conseguenze, cadute di oggetti ecc..). l’impressione è che il demonio agisca rimanendo all’esterno della persona.
2. POSSESSIONI DIABOLICHE: è la forma più grave e comporta la presenza permanente del demonio in un corpo umano, anche se l’azione malefica non è continua: si alternano le crisi a pause di riposo. Implica manifestazioni temporanee di blocco mentale, intellettivo, affettivo, volitivo. Possono sprigionarsi violente reazioni, conoscenza di lingue ignote alla persona,forza sovrumana, conoscenza di cose occulte o dell’altrui pensiero. Tipica l’avversione al sacro, spesso accompagnata da bestemmie .
3. VESSAZIONI DIABOLICHE: sono forme saltuarie di disturbi, oppure forme che colpiscono nella salute, nel lavoro, negli affetti, nei rapporti con gli altri ( alcuni effetti: arrabbiature senza motivo, tendenza all’isolamento totale …)
4. OSSESSIONI DIABOLICHE: pensieri ossessivi, spesso assurdi, ma tali che la vittima non è in grado di liberarsene, per cui vive in continuo stato di prostrazione, con persistenti tentazioni di suicidio. Spesso determinano come uno sdoppiamento della personalità. La volontà resta libera, ma come oppressa dai pensieri ossessivi.
5. INFESTAZIONI DIABOLICHE :non indicano i mali malefici sull’uomo, ma quelli che colpiscono luoghi ( case, uffici, negozi, campi…), oggetti ( automobili, cuscini, materassi, pupazzi…), animali.
6. SOGGEZIONI DIABOLICHE : indica quando volontariamente con un patto esplicito o implicito, ci si sottomette alla signoria del demonio.

Molte volte sono le persone che tramite la fattura o maleficio o anche maledizione chiedono l’intervento di satana per “nuocere agli altri”; quest’azione malefica viene compiuta solo su precisa richiesta ed è necessario che una persona sia intenzionata a colpirne un'altra e vada da un mago dicendo : “ voglio che tale persona non abbia pace…”
Non tutto ciò che le persone chiamano maleficio lo è realmente. Molte dicono di soffrire per un maleficio perché sono povere, malate o hanno delle grosse difficoltà.
Questo non vuol dire, però, che malgrado qualche esagerazione, non esistano veri malefici : ce ne sono e con una certa frequenza..
Il modo più comune per fare un maleficio consiste nell’usare degli oggetti per mezzo dei quali si esprime la volontà di fare del male ad una persona; si invoca la potenza di satana sull’oggetto perché gli imprima la sua forza malefica. Questo può essere fatto direttamente o indirettamente
Un modo diretto consiste nel far bere o mangiare alla “vittima” un alimento o una bevanda cui sia mescolato qualcosa che è il mezzo che dovrebbe produrre il maleficio. Gli ingredienti che vengono usati con maggiore frequenza sono: particelle di ossa di morti, di pietre di altare, sangue mestruale, parti di alcuni animali, certe erbe ecc.. l’efficacia malefica non dipende tanto dal materiale che viene impiegato quanto dalla volontà di fare del male a quella certa persona con l’intervento del demonio, e tale volontà si manifesta attraverso le formule occulte che si usano quando si fabbricano questi unguenti.
C’è un altro modo per fare un maleficio che possiamo chiamare indiretto e che consiste nel pronunciare un’invocazione malefica su oggetti che appartengono alla persona che si vuole danneggiare: su fotografie o una bambolina. Uno dei riti più comuni che vengono usati, consiste nel configgere spilli sulla testa del ritratto o del pupazzo, oppure in altre parti del corpo con l’intenzione che la persona soffra. Tutto questo viene fatto con un rito satanico. Ed in effetti, a volte alcune persone vittime di un vero maleficio dicono che si sentono trafiggere in una parte o in un'altra del corpo.

I diversi modi con i quali il maleficio opera per analogia su questi diversi materiali, possono ridursi a quattro.
1. L’INCHIODAMENTO consiste nel trapassare con qualcosa di acuminato un oggetto che rappresenti in qualche modo la vittima, con l’intento di fare allo stesso modo sulla persona causandole sofferenze acute e laceranti
2. LA PUTREFAZIONE vorrebbe provocare un “disfacimento” lento ma inesorabile della persona: attraverso una malattia inspiegabile la vittima arriva alla morte. Nei casi più comuni la putrefazione si ottiene sotterrando il materiale maleficiato; a volte si aggiunge l’inchiodatura per rendere il maleficio più efficace e devastante.
3. LA DISTRUZIONE COL FUOCO si pratica bruciando più volte l’oggetto sul quale si è trasferita idealmente la persona della vittima, per ottenere, in questa, una forma di consunzione più o mena analoga a quella descritta sopra.
4. L’annodamento, chiamato più spesso LEGATURA, si ottiene legando in vari modi il materiale di transfert oppure legando alcuni oggetti o cose come capelli, nastri, fili di stoffa, fazzoletti ecc… Rappresenta un impedimento che si vuole provocare nella persona maleficiata. Tale impedimento, difficoltà o impossibilità insormontabile a fare qualche cosa, e che è effetto della legatura, va intesa anche nel senso più ampio e si può manifestare nelle attività fisiche, fisiologiche e sociali; si tratta, quindi, di una forma molto particolare di maleficio, che viene usata da sola oppure in combinazione con quelle altre citate, allo scopo di renderle più forti, invincibili e in districabili.


CHIARA MARCARI

domenica 1 marzo 2009

GLI EFFETTI DELL'EMANCIPAZIONE FEMMINILE

Durante il periodo del fascismo la famiglia costituisce un istituto insieme sociale e politico: fondato sì ancora sul potere del maschio capofamiglia, ma anche responsabile nei confronti degli interessi dello Stato. In particolare, è il comportamento riproduttivo della donna a divenire affare di Stato: allo Stato “servono” i suoi figli e la invita allora a ridurre al minimo le attività extrafamiliari (il lavoro innanzitutto) per dedicarsi a tempo pieno alla sua funzione primordiale, quella di generare. Conseguenza di tale impostazione ideologica è che aborto e incitamento a pratiche contraccettive diventano reato e le donne che si sottraggono al proprio “dovere” passibili di punizione. Premi di natalità, assegni familiari e congedi di maternità per chi invece segue le indicazioni del regime. L’uomo sposato e con figli è, anzi, facilitato negli avanzamenti di carriera mentre la madre in stato di precarietà economica è sostenuta dall’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI), istituita nel 1925. Si evince chiaramente che è lo Stato a regolare la formazione e la vita delle famiglie. Regole entro cui alla donna è riconosciuto unicamente il ruolo di moglie e madre. Ma le cose sono destinate a cambiare!
Quella del dopoguerra è una società che si avvia al boom del miracolo economico e che pone le basi di quella tecnologia avanzata nella quale viviamo oggi. Contemporaneamente, la soglia dell’istruzione obbligatoria si eleva, le dimensioni delle famiglie diminuiscono, l’occupazione femminile diventa una realtà economica importante. Il nuovo ruolo di donna lavoratrice modifica, come è facile aspettarsi, la vita di coppia e rompe l’antico equilibrio secondo il quale l’uomo produce e la donna cura figli e marito. Naturalmente il cambiamento non è esente da difficoltà: la donna si ritrova, per anni, a combattere lotte stressanti e faticose per riuscire ad affermarsi. I suoi avversari? La società, innanzitutto che, se da un lato la sprona a trovare un suo spazio nel mercato del lavoro, dall’altro le offre ruoli e posti di lavoro molto meno qualificati rispetto a quelli dell’uomo; il partner, alquanto riluttante ad accettare di spartire con lei quel potere che, per tradizione, spetta a lui e solo a lui; e perfino se stessa, rendendosi conto di essersi sempre accontentata di rivestire un ruolo di secondo piano all’interno della coppia, annullando spesso completamente la sua personalità e le sue risorse intellettuali per fare la “domestica per amore”. Ma ora fa sentire la sua voce ed esige di essere ascoltata! La sua aspirazione è quella di diventare la compagna dell’uomo, non più la sua serva. E infatti non sempre le motivazioni che spingono la donna d’oggi a lavorare sono legate ad un’effettiva necessità economica; a volte, rispondono all’esigenza di sentirsi realizzata, autonoma, pari all’uomo. Certo, l’entrata della donna nel mondo del lavoro è indice del riconoscimento di un rapporto paritario tra i due sessi; è indice di progresso, insomma. Ma col lavoro la donna finisce per guadagnare stress, oltre che danaro e indipendenza! La famiglia e la casa esigono la loro parte e richiedono una dose considerevole di energia fisica e mentale. Come è possibile allora essa possa rispondere esaustivamente a tutti questi ruoli di cui viene investita, anzi travolta? Come fa a destreggiarsi tra cene da preparare, favole da raccontare, pratiche d’ufficio e ore di straordinario? Il carico di lavoro diviene troppo pesante e, pur se inizialmente è convinta di potersi dividere l’anima in due, di poter vivere due vite nello spazio di una sola e si ostina a correre un’assurda corsa ad ostacoli, in perenne lotta con l’orologio, si accorge ben presto che è necessario fare delle scelte e delle rinunce. Scelte che, sfortunatamente, troppo spesso realizza a discapito degli affetti. Sembra quasi che dopo tante battaglie combattute e vinte, la donna stia perdendo la sfida più grossa: l’amore del marito e dei figli. Matrimoni che si sfasciano, figli che non nascono o che, se nascono, passano tante ore al giorno da soli in casa o, peggio, in strada. E poi ci si lamenta del numero impressionante di ragazzi che si perdono nei meandri della droga, della trasgressione, della violenza. I valori non si comprano al bar né in discoteca; si acquistano in famiglia. Ed è colpa dei figli se oggi tanti genitori non hanno il tempo di insegnarglieli? Purtroppo è questo il prezzo del successo! Quei genitori che ogni mattina lasciano la casa (e i figli) per recarsi al lavoro, tornano la sera stanchi, nervosi, tesi e quindi restii ad accollarsi il peso di un nuovo lavoro, quello affettivamente impegnativo di genitore. Certo, sono gravati da un’intera giornata di fatica, l’ufficio ha spremuto fino all’ultima goccia della loro energia, ma questo non può e non deve pregiudicare le relazioni con i figli. Il tempo da spendere per ascoltare o abbracciare un figlio è da trovare sempre e comunque. E invece quante volte ci si scorda che le questioni di lavoro vanno lasciate fuori dalle mura domestiche o che basterebbe posare il telecomando per ritrovare un rapporto vero e sincero con i propri cari. Interessano di più le domande ai quiz di Buongiorno e Scotti o i perché esistenziali di un figlio, i suoi dubbi, le sue convinzioni, le sue esperienze? Si dice che la colpa non sta mai tutta da una parte e, in effetti, qualche volta sono pure i figli a rifiutare qualsiasi contatto con papà e mamme: si barricano in camera, attaccati ad un telefono o con le cuffie alle orecchie; preferiscono fare le loro confidenze agli amici perché «con un amico posso parlare di tutto senza il timore di essere giudicato o accusato. Lui condivide i miei stessi dubbi, le mie stesse paure, le mie stesse emozioni»; si “confessano” ad un amico di carta, il diario, perché, al contrario dei genitori, è sempre lì a portata di mano e con esso non corrono il rischio di sentirsi dire «Ne parliamo più tardi. Adesso non ho tempo»; scelgono come modelli da imitare i divi della musica perché «le loro canzoni raccontano di noi, dei nostri problemi e dei nostri sentimenti». La soluzione sta nel venirsi incontro e nel rispettare le esigenze di tutti. Genitori e figli facciano l’uno un passo verso l’altro fino a trovarsi. I primi si promettino di trovare maggior tempo per ascoltare i figli; i secondi facciano cadere la corazza che si sono costruiti con così tanta tenacia e si lascino ascoltare. Si impegnino entrambi a confrontarsi e a realizzare un dialogo costruttivo e duraturo perché, si sa, il segreto per capirsi è parlarsi. E se proprio gli impegni di lavoro portano via gran parte della giornata, si faccia sì che almeno nel poco tempo speso insieme gli uni occupino il centro dell’universo dell’altro. Si punti, in questo caso, alla qualità del rapporto più che alla quantità!

Antonietta Parmentola

BIBLIOGRAFIA
ARDUINI A.V., LIVA G., VITI R., L’abitazione-La famiglia, Vol. II di “Aspetti dell’organizzazione familiare”, Editrice Galileo, Pisa 1987.
BARBAGLI M., KERTZER D. I., (a cura di), Storia della famiglia italiana 1750-1950, Il Mulino, Bologna 1992.
ROSEMBERG C. E., (a cura di), La famiglia nella storia. Comportamenti sociali e ideali domestici, Einaudi Paperbacks, Torino 1979.
SARACENO C., La famiglia nella società contemporanea, Loescher Editore, Torino 1983.

DONNA DOMINANTE

L’ordine familiare economico borghese si fonda da allora su tre fondamenti: l’autorità del marito, la subordinazione delle donne, la dipendenza dei figli. Ma concedendo alla madre e alla maternità un posto importante, si procurano i mezzi per controllare, nell’immaginario della società, ciò che rischia di sfociare in una pericolosa irruzione del femminile, cioè nella potenza di una sessualità giudicata tanto più selvaggia o devastatrice quanto più non è saldata alla funzione materna.
La donna deve essere prima di tutto una madre affinché il corpo sociale sia in grado di resistere alla tirannia di un piacere femminile capace, si pensa, di cancellare le differenze dei sessi.


ELIZABETH ROUDINESCO



Aristotele nella Metafisica afferma che l’uomo è l'essere che genera in un altro e la donna l'essere che genera in se stessa; la donna per il filosofo greco è una sorta di maschio menomato, che aspira a somigliare all’uomo come il brutto aspira al bello. Ancora oggi chiamiamo le donne l’altra metà del cielo. In un modo di dire così popolare risuona ancora l’eco del pensiero Aristotelico: donne viste come una presenza irrinunciabile della nostra vita, ma di cui è meglio concepire un’ontologia in absentia rispetto agli uomini. Non sono una metà qualsiasi del cielo, ma sono l’altra: la scelta lessicale è più che sufficiente per darci l’impressione che si tratta di una metà di cielo che però ha senso solo grazie alla prima, quella che invece non si nomina mai e proprio dandosi per scontata afferma le proprie pretese.
Solo recentemente la donna sta conquistando il proprio posto nella società, grazie soprattutto alla presa di coscienza femminista di inizio ‘900. Per anni la nostra tradizione di pensiero ha affermato che la donna è (deve essere) succube del suo uomo, e l’ha educata fin da piccola ad obbedire alla sua legge, alla sua volontà e quindi al suo piacere. La donna che imitando Andromaca pretende di stare sopra, a letto e in società, viene vista per secoli come una minaccia che rischia di sfumare tanto l’efficacia del tabù dell’incesto tanto la potenza virile. Alcuni spiegano questo rifiuto collettivo di quella che in fondo è solo una variante del kamasutra umano con la paura che si aveva un tempo di disperdere il seme durante la copula, visto che ergendosi in verticale il bacino femminile asseconda la forza di gravità e facilita la fuoriuscita del liquido seminale. In realtà, è il piacere femminile stesso che da millenni ci ostiniamo a rifiutare e concepire per continuare a rendere possibile il dominio maschile.
Il XX secolo ha visto progressi enormi in questo campo, dalla contraccezione agli studi sulla morfologia genitale delle donne, dai moti del ’68 alle azioni femministe. La sessualità è stata sdoganata e portata nella vita di tutti i giorni. E se prima non era immaginabile un manifesto pubblicitario con una donna dominante, tanto che nell’immaginario di inizio secolo persino fumare era un vizio/simbolo fallico riservato agli uomini e le uniche donne a fumare erano donne di malaffare, oggi sono sempre di più le immagini (anche pubblicitarie) di donne che non solo fumano ma lavorano, godono, passeggiano da sole e si azzardano a attorniarsi di più uomini. La donna dominante è vietata, è un sogno proibito; e per il più banale dei meccanismi psicologici umani proprio perché proibito è un sogno fantastico, erotico, desiderabile.
In buona parte degli organismi viventi la selezione naturale ha differenziato la corporatura tra esemplari maschi e femmine, accentuando nei primi i caratteri legati alla forza fisica (robustezza, dimensione ossea/muscolare etc); tra esseri umani in particolare si parla di sesso debole per riferirsi alle donne, con una scelta lessicale che ricorda la discriminazione sottile della costruzione l’altra metà del cielo. Sesso debole sicuramente paragonato al sesso forte degli uomini, ma anche e soprattutto sesso debole perché è un sesso anatomicamente molle e socialmente poco rilevante. La donna nell’immaginario collettivo viene definita spesso una preda, da ghermire ed esibire.
donne il cui corpo ci avvisa che non siamo in presenza di una Venere, come un’estasi visiva frettolosa potrebbe farci credere. Quell’ossatura agile (non fragile…), lo sguardo e le dita delle mani in atteggiamento felino, le rendono simili a Diana (più precisamente ad Ecate), l’istanza greca della bellezza vergine, dominatrice, indomita. Modelle pericolose, che esibiscono il loro uomo in atteggiamento di abbandono completo, lo schienano sul pavimento come farebbe una predatrice più che una madre o un’amante.
Oggi i costumi delle élites si stanno adeguando, e le signore per bene sono spudorate, sfrontate, aggressive. O almeno, hanno il diritto di esserlo senza paura di essere giudicate più di tanto, sapendo che al massimo susciteranno ammirazione ed invidia per i traguardi che hanno raggiunto.

Un tempo la posizione di Andromaca veniva chiamata il mondo alla rovescia: la paura della femmina sopra è un po’ come la fobia della vagina dentata, timore diffuso in molte culture dalle popolazioni più remote alle tele di Picasso, secondo cui alcune donne avrebbero dei denti nella vagina capaci di inghiottire il pene dell’uomo e masticarlo, divorarlo, tranciarlo. Una fobia a metà tra il mito e la leggenda, nella cui eco risuonano fobie e timori tipicamente umani: donne chiamate sesso debole, ma temute come fossero mantidi religiose. Desiderate del resto proprio in quanto mantidi religiose.
Far l’amore nella posizione di Andromaca è stato per secoli un peccato simile all’onanismo, offesa a Dio stesso nell’anteporre il proprio piacere al bisogno di procreazione. Chi ammetteva di praticare sesso s-frenando la propria donna rischiava quasi la condanna per stregoneria. Oggi invece urliamo sui manifesti il desiderio di donne dominanti e iniziamo ad accettare che non si tratti di un fenomeno di emancipazione limitato solo alle nostre alcove.


DARIO CAREGNATO